Pubblicato da: giuliolaforenza | ottobre 3, 2016

Riflessioni sulla Riforma Costituzionale

Il prossimo 4 dicembre saremo chiamati ad esprimere la nostra opinione in merito alla Riforma della seconda parte della Costituzione (quella relativa all’ordinamento della Repubblica), ovvero al cosiddetto “DDL Boschi”. Non essendo stato raggiunto in sede parlamentare il quorum necessario per l’approvazione, (ovvero i 2/3 dei consensi in entrambe le camere), in base a quanto previsto dall’Art.138 della stessa Costituzione, l’ultima parola spetterà a noi cittadini. Non sarà necessario raggiungere un quorum di votanti, per cui alla fine vincerà chi avrà ottenuto più consensi (SI se sei a favore della riforma, NO se non lo sei).

La riforma si propone principalmente di cambiare i rapporti tra le due Camere del Parlamento e tra il Parlamento e le Regioni. Si tratta della più vasta e complessa riforma della Costituzione mai proposta (vengono modificati ben 47 articoli, lo stesso numero di articoli che hanno subito modifiche negli ultimi 70 anni).  Si ref3va a modificare drasticamente la Carta Costituzionale, ovvero il massimo elemento a garanzia e tutela della nostra Repubblica e della nostra democrazia, e questo indirettamente ci porta a porci domande sul come la stessa riforma vada a modificare (eventualmente sbilanciandoli) i rapporti di forza tra i poteri dello Stato, in particolare se la stessa indebolisca il legislativo (Parlamento) nei confronti dell’esecutivo (Governo). E’ fondamentale provare ad entrare nel merito e affrontare la questione su più livelli diversi. Credo che, vista la complessità e la vastità dell’argomento, i tecnicismi legati ai singoli passaggi della riforma (ad esempio le valutazioni in merito al se la stessa è scritta “bene” oppure no) possano essere oggetto di riflessione, confronto e analisi quasi esclusiva di esperti di diritto costituzionale. In tal senso gli stessi costituzionalisti risultano avere pareri contrastanti (sebbene l’impressione sia che la maggior parte di questi appoggino le argomentazioni del NO):

A favore del SI –> link

A favore del NO –> link

Noi “comuni mortali” dovremmo provare a dare un giudizio politico a più ampio respiro sulla forma di Ordinamento dello Stato che riteniamo possa essere migliore. In merito alla bontà o meno dei singoli passaggi della Carta, credo che, come spesso accade ai non addetti ai lavori di fronte a questioni molto tecniche, la maggior parte di noi non abbia competenze sufficienti per potersi esprimere.

Nel merito, le domande di “alto livello” che ognuno di noi dovrebbe porsi sono: ci piace il bicameralismo perfetto o vogliamo cambiarlo con un sistema che riteniamo possa essere più efficiente? Preferiamo un modello con Regioni più autonome (come l’attuale), o uno in cui lo Stato sia più accentratore, ovvero riprenda la competenza in merito ad alcune materie specifiche? Preferiamo una Costituzione più snella e leggi attuative più complesse o tolleriamo un aumento della complessità della Carta, e il conseguente alleggerimento dei decreti attuativi, purché questo aumento della complessità vada a limitare il più possibile le “zone d’ombra” della Riforma? Crediamo che la riforma crei uno sbilanciamento tra i poteri della Repubblica, ad esempio conferendo eccessivo potere al Governo e che questo possa porre le basi per eventuali derive autoritarie oppure no? E ancora, è meglio una riforma perfettibile che provi a superare quelli che in molti riconoscono come dei limiti dell’attuale ordinamento o si preferisce lasciare tutto com’è in attesa di una nuova proposta?

Credo che ognuno di noi dovrebbe porsi queste domande con grande serenità, libero da pregiudizi o condizionamenti di alcun tipo, provare ad informarsi (mettendo in discussione le proprie certezze se necessario) per capire bene cosa è chiamato a votare, concentrarsi sugli effetti nel medio/lungo termine di un’eventuale riforma, piuttosto che arroccarsi su posizioni aprioristicamente strumentali, o piuttosto che “seguire l’onda emotiva di amici/conoscenti” o limitarsi a retwittare i post dei sostenitori dell’una o l’altra parte. Purtroppo, come troppo spesso accaduto durante l’attuale legislatura, lo scontro politico poche volte si è confrontato sul merito, troppo spesso si è dipanato intorno a posizioni strumentali ed opportunistiche. Come sempre gli slogan, le urla e la demagogia si fanno spazio mettendo in ombra (e mortificando) i contenuti. Lo stesso Renzi ha commesso il grave autogol di porre il Referendum come un plebiscito o meno nei confronti della sua persona e dell’operato del Governo (salvo poi rendersene conto e fare un passo indietro).

Indipendentemente da tutto però, la vittoria di una parte o dell’altra andrà inevitabilmente oltre le questioni di merito concentrandosi piuttosto sulla fiducia o meno che si ripone nei confronti del Governo. Questo da un lato è motivato dalla complessità del tema in discussione e dal mix di generalizzato disinteresse ai tecnicismi della politica e disinformazione, dall’altro dalla semplice constatazione che la fiducia è alla base di qualsiasi nostra scelta quotidiana. Ad esempio chi di noi si farebbe curare da un medico di cui non si fida?

Nelle mie valutazioni di questo post parto dal presupposto che non esista la riforma universalmente perfetta. E che qualsiasi riforma ha dei pregi e dei difetti che devono essere opportunamente discussi e pesati, sulla base della nostra soggettiva sensibilità e preparazione tecnica. Dalla consapevolezza che per qualsiasi proposta ci sarà sempre qualcuno a cui la stessa non andrà bene. Soprattutto in un contesto politico in cui il confronto è praticamente azzerato e la logica dei blocchi domina sempre più.

Questo post nasce come tentativo di chiarirmi le idee, provando umilmente ad entrare nel merito della riforma e delle varie posizioni sulla stessa, per un voto consapevole. Non vuole essere uno strumento di proselitismo, uno dei tanti post nati con lo scopo di spostare gli equilibri da una parte o dall’altra. Piuttosto spero serva per fornire qualche elemento in più, al fine di districarsi meglio nella complessità intrinseca della Riforma.

In cosa consiste la Riforma Costituzionale per la quale saremo chiamati ad esprimerci? Per favorire la chiarezza e la leggibilità del post analizzerò i vari aspetti della Riforma in modo puntuale, evidenziando punto per punto le ragioni del SI, quelle del NO, e provando a dire la mia in merito (le parti evidenziate in corsivo). Ma veniamo finalmente alla sostanza:

  • Abolizione del “bicameralismo perfetto” (ovvero abolizione della parità di competenze tra Camera e Senato): ad oggi tutte le leggi, come la fiducia al Governo devono essere approvate da entrambe le Camere. Con la Riforma, la Camera dei Deputati (coi suoi 630 deputati) diventerà l’unico organo eletto direttamente dai cittadini a poter approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al Governo (la sola Camera potrà pertanto far cadere un Governo).

PRO:

  • approvazione delle leggi in tempi più rapidi perché le stesse non saranno più rimpallate “all’infinito” tra Camera e Senato (la cosiddetta “navetta”). Si tratta comunque di un problema che negli ultimi anni si è molto attenuato (link) e i vantaggi in tal senso non dovrebbero esser così significativi come propagandato nella campagna del SI.
  • Maggiore stabilità di Governo (quasi tutti i Governi caduti negli ultimi anni avevano perso la fiducia in uno solo dei rami del Parlamento) (link).

CONTRO:

  • Aumento della complessità di alcuni articoli (vedi testo art.70). E’ materia di competenza dei costituzionalisti. Ritengo che se questo serva a limitare le zone d’ombra della riforma (ovvero i vuoti in termini di competenze dei vari enti coinvolti) un aumento della complessità sia tollerabile.
  • Possibili conflitti di competenze tra Camere e tra Stato e Regioni, e conseguenti ritardi. Credo che molto dipenderà dai decreti attuativi e da come saranno implementati, in realtà uno dei propositi che si pone la riforma è proprio quello di andare a risolvere dei conflitti di competenze presenti nell’attuale ordinamento.
  • La riforma non sveltisce le procedure lente del sistema bicamerale perché la procedura di ref2approvazione delle leggi bicamerale perdura per tante tipologie di leggi e per provvedimenti che comportino funzione di raccordo con enti territoriali e con l’Unione Europea. Inoltre basta un terzo dei senatori per chiedere la riesamina dei disegni di legge. Infine il Senato può proporre disegni di legge da inviare alla Camera. Io credo piuttosto che la riforma sveltisca le procedure, stabilendo un tempo massimo per l’azione del legislatore, ma in maniera non così netta come propagandato dal fronte del SI.
  • Il nuovo Senato (Senato delle Regioni): il Senato resterà come organo di rappresentanza delle autonomie locali, di raccordo tra Stato, Regioni e Comuni. Non sarà più chiamato a votare la fiducia al Governo. Potrà comunque esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro 30 giorni dall’approvazione della Legge (la Camera potrà anche non accogliere gli emendamenti). Sarà composto da 100 senatori (rispetto ai 315 attuali) che non saranno più eletti direttamente dai cittadini. 95 senatori saranno nominati dai consigli regionali con metodo proporzionale e rimarranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori (21 sindaci, uno per regione eccetto il Trentino che ne nominerà due, 74 consiglieri regionali, minimo 2 per regione). I rimanenti 5 senatori saranno scelti dal Presidente della Repubblica (e rimarranno in carica per 7 anni). I senatori non saranno più pagati dal Senato, ma percepiranno solo lo stipendio da amministratori.

PRO:

  • Risparmio economico (stipendi 315 senatori tagliati). E’ stimato tra i 50 e 150 milioni. Meglio di niente, ma praticamente trascurabile rispetto alla spesa pubblica complessiva.
  • Il Senato sarà il canale diretto tra il Parlamento e le Regioni, occupandosi quasi esclusivamente delle problematiche specifiche del territorio, ma dando un indirizzo unico alle politiche locali sui temi oggetto del quesito referendario.

CONTRO:

  • Senato debole che di fatto non avrà poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, e rischio che in realtà non funzionerà come strumento di concertazione tra Stati e Regioni. In realtà il Senato non si indebolisce ma semplicemente cambia competenze diventando un canale diretto con le Regioni (sulla falsa riga del modello tedesco, ma non dimentichiamoci che la Germania è una Repubblica federale, noi no) ed accentrando la gestione di materie specifiche di interesse nazionale piuttosto che locale.
  • Minore è il numero di rappresentanti, minore è il pluralismo politico presente in Parlamento e quindi la possibilità per il cittadino di eleggere un rappresentante che rispecchi la propria visione. A me 730 rappresentanti dei cittadini in Parlamento sembrano più che sufficienti per garantire la piena rappresentanza di tutte le sensibilità nazionali. Non sono i più di 1600 membri del Parlamento inglese, ma neanche i 699 di quello tedesco, che peraltro rappresenta 82 milioni di cittadini contro i nostri 60 milioni).
  • Il Senato diventa un organo a rinnovo permanente, e di conseguenza a maggioranza variabile. Questo potrebbe essere un problema (in termini di peggiore governabilità) in caso il Senato avesse potere di veto sull’azione legislativa della Camera, o nel caso il Senato fosse chiamato a votare la fiducia/sfiducia al Governo, ma non sarà così.
  • Il Senato diventa interamente “nominato dalla politica”. Senato non elettivo secondo il fronte del NO vuol dire che il Senato diventerebbe un club di nominati, che non rappresenta più la Nazione, ma una realtà locale. Un Parlamento più incline a servire. Dipenderà da come verranno specificate le modalità di elezione, nei decreti attuativi successivi. Non è ancora chiaro come dovrà avvenire l’elezione dei senatori (nel testo si dice che i senatori saranno eletti «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». Questo potrebbe voler dire che saranno comunque i cittadini, in occasione delle elezioni regionali, a indicare sulla scheda la propria preferenza per il consigliere che l’assemblea dovrà eleggere come suo rappresentante al Senato). Occorrerà una legge ad hoc per far chiarezza su questo punto. In realtà in molti Stati europei (vedi “House of Lords” in Gran Bretagna – non elettiva-, senato in Francia -eletto da grandi elettori-, Bundesrat in Germania con i rappresentanti dei “Land”, ovvero dalle “province” tedesche) le camere alte non sono nominate direttamente dai cittadini, ma dai loro rappresentanti.
  • Che senso ha mettere i 5 senatori scelti direttamente dal Presidente della Repubblica in un Senato delle regioni? Non avrebbe più senso metterli alla Camera, unico organo deputato al potere legislativo a livello nazionale? condivido questa perplessità. Non riesco a trovare un motivo convincente per la loro presenza nel nuovo Senato.
  • Immunità per tutti (nulla di nuovo): i nuovi senatori, come anche gli attuali, non potranno essere arrestati o sottoposti ad intercettazione senza l’autorizzazione dello Stato. Anche ora il Parlamento funziona così, ed è un modo per preservare la separazione tra i poteri della Repubblica, ovvero uno dei principi basilari dello stato di diritto (nello specifico tra il potere legislativo e giudiziario). Possiamo pensare di mettere in discussione l’immunità per i parlamentari e/o per la magistratura. Parliamone! Ma deve essere chiaro che la riforma in questione non cambia nulla rispetto all’attuale stato delle cose. (link).
  • Elezione del Presidente della Repubblica: attualmente all’elezione partecipano i delegati regionali (più di 58) e per eleggere il Presidente della Repubblica è necessario ottenere i due terzi dei voti fino al terzo scrutinio; dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. Con la Riforma parteciperanno solo le due Camere in seduta comune e sarà necessaria la maggioranza dei due terzi fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti. Solo al nono scrutinio basterà la maggioranza assoluta.

PRO:

  • Più rapida convergenza per elezione del Presidente della Repubblica.

CONTRO:

  • Il Presidente della Repubblica può essere eletto dalla maggioranza dei parlamentari che partecipano al voto e non dagli aventi diritto. Al settimo scrutinio per eleggere il presidente è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Per l’elezione così come per qualunque altra deliberazione delle camere, occorre sempre la presenza della maggioranza degli aventi diritto, e cioè di almeno 366 parlamentari. Quindi è falso ciò che ho letto su uno dei libri che sostengono apertamente la linea del NO, che se votano in 15 basterebbero 10 votanti a favore per eleggere un Presidente della Repubblica.
  • Abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale per l’Economia e Lavoro): la Costituzione prevede questo organo, comporto da 64 consiglieri, con funzione consultiva in merito alle leggi su economia e lavoro. Il Consiglio può proporre alla Camera leggi in materia economica. A seguito della Riforma il CNEL sarà soppresso.

PRO:

  • Risparmio economico a fronte di scarsa utilità/efficienza dell’Ente (link). Credo che pochi di noi abbiano gli elementi per esprimere valutazioni serie sull’efficienza e sull’utilità di un Ente del genere. Sono comunque da segnalare alcuni scandali legati al CNEL negli anni passati.
  • Riforma del Titolo V (riduzione competenze delle regioni, ritorno al centralismo): prevede che una ventina di materie tornino alla competenza esclusiva dello Stato: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, protezione civile, ricerca scientifica, sport, tutela della concorrenza, coordinamento informatico, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.

  • Introduzione “Clausola di supremazia”: lo Stato (tramite legge presentata dal Governo e discussa alla Camera e al Senato -senza bisogno che lo richieda un terzo dei suoi componenti- monocamerale rinforzato) potrà intervenire in materie di competenza regionale quando lo richiede “la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”, ovvero l’interesse nazionale.

PRO:

  • dal 2001 a oggi le autonomie delle regioni su molte questioni non hanno prodotto grandi passi avanti dal punto di vista legislativo ma lentezze ulteriori, disparità nell’erogazione dei servizi e problemi di bilancio.
  • il Senato farà da “camera di compensazione” tra governo centrale e poteri locali, quindi diminuiranno i casi di contenzioso tra Stato e Regioni davanti la Corte costituzionale.

CONTRO:

  • possibili contenziosi tra competenze di Stato e regioni. In realtà uno degli intenti della Riforma è proprio la risoluzione della lunghissima serie di contenziosi introdotto dalla riforma voluta nel 2001 dal centrosinistra.
  • tolto quasi ogni spazio di competenza legislativa alle Regioni, facendone organismi privi di reale autonomia (questo a fronte dell’ordinamento delle regioni a “Statuto speciale” che resta intatto).
  • Senato a geometria variabile, incapace di seguire l’iter di qualsiasi provvedimento perché lo status di senatore decade al decadere della carica di Sindaco o consigliere regionale.
  • Abolizione province (già attuata, occorre adeguare la Carta Costituzionale alla Riforma): le 110 province italiane non saranno più dotate di un consiglio provinciale e di una Giunta, bensì saranno trasformate in Enti di secondo livello (organismo esecutivo più snello formato dai Sindaci). Le province sono abolite e sostituite da enti di area vasta.

PRO:

  • risparmio economico (stipendi consiglio e Giunta provinciale).

CONTRO:

  • Restano i Prefetti, uno per provincia, rappresentanti del Governo centrale, non eletti dal popolo.
  • Referendum abrogativo: ad oggi può essere indetto un Referendum abrogativo a seguito della raccolta di 500.000 firme. Il risultato di un Referendum abrogativo è valido in caso abbiano votato il 50% degli aventi diritto. A seguito della Riforma se i cittadini che proporranno una consultazione saranno 800.000 il quorum sarà ridotto: basterà che vada a votare il 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche.
  • Possibilità di proporre Referendum propositivi.

Credo sia un aspetto molto positivo della riforma, sebbene ad oggi i Referendum sempre più si stiano dimostrando uno strumento non adeguato a rispondere in merito a certi temi (ma questo dipende da tanti fattori, tra cui il disinteresse generalizzato nei temi della politica e la scelta di quesiti troppo spesso eccessivamente tecnici e complessi per essere compresi dai più).

  • Leggi d’iniziativa popolare: per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne occorreranno 150.000.

E’ un’assurdità. Non son riuscito a trovare elementi a supporto di questo punto, che ottiene solo il risultato di rendere più complicato l’iter per le leggi d’iniziativa popolare.

  • Limiti sui decreti legge: i regolamenti parlamentari dovranno indicare un tempo certo per il voto dei ddl del Governo.

  • Ricorso preventivo sulle leggi elettorali: se un quarto dei componenti della Camera sono d’accordo può essere fatto un ricorso preventivo alla Corte Costituzionale (a partire dalla presente legislatura).

  • DDL “essenziali”: qualora il Governo definisca un DDL come “essenziale” la Camera avrà 5 giorni di tempo per metterlo all’ordine del giorno e 70 (prorogabili di 15) per metterlo ai voti. Quindi il Senato avrà 10 giorni per richiederne la riesamina (previa richiesta di un terzo dei senatori) e poi ulteriori 20 giorni per esaminarlo e chiedere eventuali modifiche che potranno essere accettate o respinte dal voto finale della Camera.

Critiche di metodo:

  • Illegittimità della riforma, prodotta da un Parlamento non eletto dal popolo, con una legge elettorale dichiarata incostituzionale (Porcellum). In realtà però la sentenza che ha confermato l’incostituzionalità del Porcellum non ha tolto nulla alla legittimità del Parlamento, che anzi è stata ribadita dalla Corte Costituzionale «può sempre approvare nuove leggi, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali».
  • La riforma è stata pensata e approvata in fretta. Anche questo non è vero, dal momento che la discussione in merito ad essa è cominciata l’8 agosto del 2014 e si è conclusa il 12 aprile del 2016, venti mesi in totale. La legge è passata tre volte alla Camera e altre tre al Senato. In questo periodo si è passati da un consenso abbastanza ampio ad una maggioranza più risicata, a causa del mancato appoggio totalmente strumentale di Forza Italia (conseguente al mancato coinvolgimento del partito nella scelta del Presidente della Repubblica).
  • La riforma è stata proposta dal Governo e approvata da una maggioranza variabile, piuttosto che esser frutto di un largo consenso tra le forze politiche. Vero, purtroppo il livello dei nostri politici è ai minimi storici (manca attenzione reale al Bene Comune piuttosto che agli interessi elettorali, si strumentalizza qualsiasi battaglia politica, si preferisce il muro contro muro, la logica dei Blocchi a-priori,  piuttosto che provare a cercare punti d’incontro).
  • Inizialmente Renzi aveva posto il Referendum come un plebiscito nei confronti dell’operato del Governo, minacciando addirittura le dimissioni in caso di sconfitta. Questo salvo poi fare un passo indietro.
  • il quesito unico: per una riforma così complessa e che tocca ambiti così diversi tra loro sarebbe stato più corretto spacchettare i vari punti e consentire ai cittadini di esprimersi singolarmente su ognuno di essi. Condivido in pieno questa osservazione.
  • La riforma non produce semplificazione. Infatti il procedimento legislativo passa da 4 tipi di procedimenti a 8 tipi di procedimenti.

Critiche generali:

  • non garantisce la sovranità popolare: insieme alla legge Italicum, che mira a trasformare una minoranza in maggioranza assoluta di governo, espropria il popolo dei suoi poteri e consegna la sovranità nelle mani di pochi. Come? Con capilista bloccati e candidature plurime dell’Italicum che di fatto eliminano la possibilità che il cittadino elegga direttamente il/i proprio/i rappresentante/i in Parlamento. Ma questa critica è rivolta principalmente alla legge elettorale, che è già stata approvata dal Parlamento e pertanto non può essere posta come argomento centrale di discussione (anzi in tal senso, come abbiamo visto, paradossalmente a seguito di approvazione della Riforma, l’Italicum potrebbe anche essere da subito messo in discussione in caso di ricorso preventivo richiesto da almeno un quarto dei deputati).
  • Il rischio legato al mix “riforma costituzionale/riforma elettorale”. La nuova legge ref1elettorale prevede un significativo premio di maggioranza alla Camera che viene assegnato al secondo turno elettorale (è probabilmente l’unico caso al mondo di una legge elettorale che prevede un secondo turno tra forze politiche differenti invece che tra candidati). In questo modo la legge potrebbe finire con l’assegnare il premio a una forza politica con una bassissima rappresentanza nel paese, che controllando la Camera potrebbe legiferare in completa autonomia.

Qualche tempo fa lessi una frase molto bella e condivisibile: “la Costituzione non va cambiata, va applicata”, con un chiaro riferimento ai tanti principi regolarmente e tristemente disattesi, a partire dal suo primo articolo, in un’epoca in cui il lavoro è per tanti giovani un sogno inarrivabile. Se la Costituzione fosse limitata alla sua prima parte questa frase la troverei azzeccatissima. La frase rivela la sua natura demagogica se però inserita nel contesto complessivo della Carta, e nell’ottica dell’attuale Referendum. La seconda parte della Costituzione infatti ci parla della forma dello Stato. Ed è evidente che questa non sia da considerarsi come un qualcosa di eterno ed immutabile, ma che debba poter essere modificata al fine di provare a migliorare e rendere più efficienti le nostre istituzioni.

Credo che, indipendentemente dalle risposte che ognuno di noi possa dare alle domande poste all’inizio, la bontà o meno della Riforma, e gli effetti della stessa saranno valutabili solo nel tempo e in base a come saranno realizzate le leggi ordinarie per l’attuazione delle eventuali nuove disposizioni costituzionali.

Credo che sul fronte del SI si faccia propaganda “populista” enfatizzando eccessivamente rispetto al loro “peso reale” aspetti come i vantaggi economici della Riforma o quelli legati ai più rapidi tempi di approvazione delle leggi. Si tratta di una chiara strategia per ottenere facili consensi (l’ho già scritto che la politica di oggi sta attraversando il suo Medioevo?), che però rischia di sviare l’attenzione sul vero tema del confronto. La “rapidità di approvazione” di un provvedimento non può (e non dovrebbe) essere in alcun modo associata alla bontà dell’azione legislativa, e il rischio che si corre è di approvare leggi “tirate via” per rispettare i tempi tecnici. Inoltre, la più rapida approvazione delle leggi non dovrebbe essere perseguita cambiando le regole del gioco, quanto piuttosto provando a costruire intorno ad esse di un ampio consenso politico. Ma nell’era del muro-contro-muro-a-priori questa strada risulta di fatto impraticabile. E allora, il Medioevo della politica ci porta quasi fisiologicamente a garantire la governabilità con modalità di per sé anomale. Col nuovo assetto istituzionale, che con l’Italicum penalizza la rappresentanza e il pluralismo (quindi la democrazia, per la governabilità), maggior rapidità operativa e un’azione di Governo più efficace saranno assicurati da una maggioranza più solida, ottenuta grazie ad un premio di maggioranza che molti reputano ai limiti della costituzionalità. E questo non può non essere un tema di riflessione.

Sull’altro fronte, quello del NO, in molti fanno terrorismo psicologico teorizzando scenari apocalittici come conseguenza di un’eventuale approvazione della riforma. Si parla di derive autoritarie erroneamente legate alla riforma Costituzionale, ma in realtà (in caso) più legate all’Italicum, già approvato dal Parlamento, che alla riforma stessa. Fa sorridere che a sostenere questa linea siano gli stessi che criticano le “larghe intese”, ovvero la ricerca di ampio/trasversale consenso sui temi della Politica. Quelli che le ritengono una forzatura alla democrazia, senza tener conto che sono la naturale conseguenza della fine del bipolarismo a fronte di un sistema tripolare che rende di fatto ingovernabile il Paese con una legge elettorale proporzionale. Gli integralisti, i puristi, i talebani, quelli che non riescono a mettersi d’accordo neanche con la propria ombra. Gli stessi, allo stesso tempo criticano una legge elettorale che prova a correggere lo stallo politico che le ha originate, andando inevitabilmente a premiare la governabilità e, visto che la coperta è quella, penalizzando in parte la rappresentanza. Insomma, come sempre si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. C’è poi chi sostiene che la riforma faccia parte di un disegno più ampio di degenerazione della democrazia in atto volto a togliere diritti ai cittadini. C’è chi arriva a dire che la riforma sarebbe voluta dai poteri forti per favorire le multinazionali. Non ci si fa mancare nulla.

In conclusione di questa analisi rimane da scegliere da che parte stare. In queste righe ho provato a porre qualche spunto di riflessione o di confronto che spero possa contribuire ad agevolare la scelta di chi legge. Questa alla fine dipenderà dalla sensibilità individuale di ognuno di noi, dal peso che daremo ai singoli punti/passaggi di questa riforma, dalla nostra pragmaticità e/o visione, spregiudicatezza, e anche, fisiologicamente, da quanta fiducia riponiamo in chi propone e sostiene i quesiti (ovvero l’attuale Governo).

Buon voto -consapevole- a tutti!

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Pubblicato da: giuliolaforenza | aprile 7, 2016

Buon compleanno Santo

Oggi sarebbe stato un giorno di festa, la festa per i sessantuno anni di Santo Della Volpe.

Ne approfitto per raccontare una storia.

Non ho mai avuto la fortuna di conoscere personalmente Santo, ma da un certo momento della mia vita per me lui è diventato una certezza, un punto fermo. Anni fa mi è capitato di scrivere un articolo sul questo blog che mi ha portato a scontrarmi con questioni più grandi di me, a riflettere sul tema della libertà di informazione, sui limiti della legislazione in materia di diffamazione a mezzo stampa e internet. (link1, link2)

A seguito del mio post, ben otto anni dopo dalla sua pubblicazione, ho ricevuto una telefonata da un avvocato e una richiesta di denaro (25000 euro) per una mediazione. In alternativa sarei stato chiamato a difendermi dall’accusa di querela, e questo mi avrebbe obbligato a dover sostenere gli oneri economici e non solo, di un processo con sede lontana dalla mia città. E’ stato per me un momento molto difficile. Io che mi son sempre considerato paladino delle buone cause, di “ciò che è giusto”, mi trovavo a dovermi difendere in un processo penale. Mi sentivo incompreso, solo, e ritenevo di aver subito una vera e propria intimidazione, nonché una richiesta di estorsione “legalizzata”.

Fu così che mi capitò di leggere alcuni articoli di Santo Della Volpe sul tema della Libertà di santo-della-volpe-1-300x280Informazione e sue proposte per la riforma del DDL Diffamazione. Provai a contattarlo via Facebook per dei consigli. Fu da subito gentilissimo e molto disponibile. Mi indirizzò nel migliore dei modi ai suoi collaboratori di Articolo21 e dello sportello Querele Temerarie che mi diedero supporto e mi aiutarono a gestire al meglio la situazione. Grazie al mio favoloso avvocato poi trovammo la via d’uscita migliore alla situazione.

Santo Della Volpe è stato per me molto importante, l’uomo che con grande generosità e disponibilità aiuta lo sconosciuto vittima di un sopruso. Colui che sta al tuo fianco, che sai che -se ti serve aiuto- lui c’è. Uno dei pochi che ti fa sentire meno solo quando la vita ti porta a sbattere con questioni più grandi di te. Quello sempre in prima fila nella battaglia per la libertà e per la giustizia. Una certezza, un punto fermo, un esempio.

Nel mio immaginario Santo era invincibile. Non ho mai avuto occasione di dirglielo.
Qualche giorno fa mi è capitato di scoprire che ci aveva lasciati già da qualche mese e mi sono sentito molto triste e più solo, come quando se ne va un caro amico o un parente. E’ una sensazione strana perché, in definitiva, il nostro rapporto si era limitato ad uno scambio di messaggi o e-mail, e niente di più. Santo Della Volpe era un grande uomo, e ho ritenuto giusto scrivere a sua moglie per raccontarle questa storia, per farle sentire tutta la mia vicinanza e sottolineare la sua grandezza, nella semplicità di certi comportamenti e di certe attenzioni, che in realtà sono tutt’altro che banali o scontati. (link1, link2)

Buon Compleanno Santo.

Pubblicato da: giuliolaforenza | aprile 1, 2016

Una trivella è per sempre.

Il 17 aprile si voterà per scegliere se rinnovare o meno le concessioni per l’estrazione di gas/petrolio entro le 12 miglia dalle coste nazionali. In caso di vittoria del SI, 92 piattaforme di estrazione in mare attualmente in funzione, a scadenza delle relative concessioni, saranno dismesse. Se vince il NO potranno proseguire la loro attività estrattiva fino ad esaurimento del giacimento. Si tratta di un referendum abrogativo, uno dei pochi strumenti in mano al cittadtrivino per scegliere in merito ad un certo tema, ovvero uno strumento di espressione democratica. Ma prima ancora si tratta di un’occasione preziosa per tornare a parlare di ambiente, di sviluppo e delle problematiche ad esso connesso, di politica energetica nazionale. In queste ore le diverse posizioni si stanno confrontando apertamente sui media, sui social network, ma anche nella vita reale capita spesso di trovarsi coinvolti in una discussione in merito. Già questo è un ottimo segnale.

Il secondo segnale positivo è dato dal fatto che il referendum è riuscito anche nel miracolo di far convergere sulle tematiche ambientali e le strategie per perseguire obiettivi comuni in modo quantomeno coordinato, i principali partiti e associazioni ambientaliste, che da tempo non riuscivano a sedersi attorno ad un tavolo che fosse in qualche modo costruttivo.

Voglio chiarire subito a chi legge che riguardo all’attuale referendum e alla sua reale efficacia nutro più di un dubbio, che proverò ad analizzare/dipanare nelle righe che seguono. Indipendentemente dall’idea che ci si è fatti in merito, è però importante andare a votare, esercitare il proprio diritto. E ancora più importante è andarci informati, con un’idea chiara su cosa si vota e sul perché si va a mettere una crocetta sul SI piuttosto che sul NO. La linea dell’astensionismo toglie credibilità all’importante strumento democratico del Referendum, uccide sul nascere le discussioni costruttive sul tema, ed è pertanto l’unica posizione a priori sbagliata. Molto meglio un voto consapevole.

Il giudizio di merito sul voto,  riguardo al tema specifico, non può prescindere da una breve riflessione sulle politiche ambientali nazionali e da una più generica riflessione sull’ecologia.

La necessità di un cambiamento radicale nella nostra interazione con la natura è una questione che fino a qualche decennio fa era trattata solo da pochi che vedevano lontano, come Alexander Langer, che combatteva la battaglia per la Conversione ecologica dell’economia più di 40 anni fa. Di clima e ambiente, degli effetti dell’uomo-parassita sull’ambiente si è parlato molto, ma negli anni la questione non è mai stata affrontata con la dovuta serietà e in modo organizzato da parte degli Stati. Si è preferito non imporre vincoli ambientali stringenti né un sistema che portasse a garantirne il rispetto, a causa del prevalere degli interessi dei singoli Stati su quello globale, e del concomitante avvento dell’era della Globalizzazione, negli anni 90, basata sul principio del libero mercato, del libero scambio, su quello della autoregolamentazione dei mercati e della conseguente deregolamentazione e riduzione degli interventi nazionali nel mercato comune. In altre parole: il mondo diventa sempre “più piccolo”, gli spazi sempre più accessibili ad ognuno di noi, ma nella guerra per il potere economico, giocata da pochi Stati sulle spalle di tanti, ognuno si concentra più su quel che riesce a produrre (quanto riesce a produrre in più rispetto all’anno precedente e rispetto agli altri) piuttosto che su ciò che questo processo folle comporta, in primis la polarizzazione delle ricchezze nelle mani di pochi e la devastazione del ambiente.

Anche volendo, in questo contesto gli Stati si trovano spesso con le mani legate, a causa degli accordi commerciali internazionali, che ne limitano l’azione, ricattandoli con penali o multe in caso di mancato rispetto degli stessi, ad esempio se uno Stato decide di operare politiche “protezioniste” per favorire  le economie locali. La possibilità di essere uniti nella battaglia per la tutela del Bene Comune -l’ambiente – è stata azzerata questa continua competizione. I tanti campanelli d’allarme delle altrettante conferenze sui cambiamenti climatici (Rio De Janeiro-Summit della Terra- 1992, Berlino-COP1 1995, Ginevra-COP2 1996, Kyoto-COP3 1997, L’Aia-COP6 2000, Bonn-COP6-Bis 2001, Marrakesh-COP7 2001, Milano-COP9 2003, Montreal-COP11 2005, Nairobi-COP12 2006, Bali-COP13 2007, Poznan-COP14 2008, Copenaghen-COP15 2009, Cancùn-COP16 2010, Durban-COP17 2011, Doha-COP18 2012, Varsavia-COP19 2013, Lima-COP20 2014 e Parigi-COP21 2015) non sono stati ascoltati per troppo tempo.

Negli ultimi anni sembra che qualcosa si stia muovendo. L’opera di sensibilizzazione degli esperti in materia riguardo i dati preoccupanti sulle evoluzioni del clima, sulla rapidità del surriscaldamento globale (Global warming) conseguente all’inspessimento dello strato di CO2 nella nostra atmosfera, e le conseguenze drammatiche che in molte aree del mondo stiamo già vivendo, come le catastrofi naturali di sempre maggiore intensità (alluvioni, siccità, ondate di caldo e gelo record) stanno portando alla convergenza verso un approccio comune per la riduzione delle emissioni. Riguardo la necessità di una politica energetica più rigorosa e attenta alla questione ambientale occorre anche ricordare le parole del presidente USA Barack Obama alla COP21 di Parigi, nonché l’enciclica di Papa Francesco “Laudata sii”, totalmente incentrata sul tema dell’ecologia.

Quando si parla di sfide climatiche la questione deve essere affrontata globalmente. Non ci sono altre strade. E ognuno deve fare la sua parte. L’Unione Europea nel 2010 si è posta un piano strategico decennale, chiamato Europa 2020, basato su una vision di cover-europe-2020-strategy-en-extra_largecrescita intelligente, sostenibile e solidale. Per fronteggiare la sfida dei cambiamenti climatici e della sostenibilità energetica ha posto l’obiettivo noto come 20-20-20, ovvero della riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili (17% per l’Italia, obiettivo già raggiunto), aumento del 20% dell’efficienza energetica (obiettivo ricordato come 20-20-20). Recentemente la Commissione Europea ha proposto gli obiettivi di riduzione delle emissioni atmosferiche da raggiungere entro il 2030. Tali obiettivi prevedono la riduzione delle emissioni totali del 40% rispetto al 1990, l’aumento dell’energia da fonti rinnovabili al 27% del consumo finale e il risparmio del 30% di energia attraverso l’aumento dell’efficienza energetica.

In Italia il Governo Renzi ha annunciato a breve un “Green Act”, ovvero un piano per lo sviluppo sostenibile che per adesso rimane solamente nelle intenzioni, contraddette nei fatti dall’approccio del Decreto SbloccaItalia.

Sulla necessità di una politica basata sempre più sulle rinnovabili il fronte di consenso è sempre più ampio, e, come vedremo, non è corretto sostenere che non si stia procedendo in quella direzione. Un certo ecologismo complottista sostiene che non si faccia abbastanza per colpa delle lobby del petrolio, che con i loro interessi economici continuano a costituire la principale potenza economica mondiale, che chiaramente condiziona più o meno direttamente la politica. Io credo che da una parte sia anche effettivamente così. Dall’altra la questione, per essere compresa bene, deve essere approfondita (e troppo spesso è affrontata in termini meramente ideologici ed astrattamente, senza alcun dato in mano). Quando poi è necessario inserirla nel mondo reale, ovvero in un quadro ben più complesso.

Ma torniamo al tema del referendum. Partendo dalla constatazione che il Riscaldamento Globale e i conseguenti cambiamenti climatici non dipendono solo dalla combustione di eolico-1combustibili fossili, ma anche (molto più di quanto si creda) dalla deforestazione, dall’allevamento intensivo, dalla combustione di rifiuti e dalla produzione industriale, partire dal ridurre le emissioni agevolando ad esempio la produzione di energia da fonti rinnovabili, scoraggiando l’estrazione e la combustione delle fossili, è certamente un buon inizio. E infatti è esattamente quello che, come vedremo, il nostro Paese sta provando a fare (spesso tra le proteste di quei signori che sono favorevoli all’eolico e al solare, ma solo a casa degli altri, per l’impatto visivo degli impianti in questione).

Ma, molto banalmente, questo non è l’oggetto del Referendum. Come non si tratta di un Referendum contro le trivelle -almeno non lo è direttamente-, sebbene “NoTriv” sia diventato il Leitmotiv dell’attuale campagna referendaria.

Il quesito si limita ad esprimere un giudizio specifico sul rinnovo delle concessioni vigenti entro le 12 miglia dalla costa. E in nessun modo una vittoria del Si può condizionare una strategia energetica nazionale. Quello che molti si aspettano dalla vittoria del SI è l’effetto indiretto, il messaggio politico, che però non vincolerebbe certo l’azione di Governo, tantomeno modificherebbe una strategia che già è stata palesata in decreti come lo SbloccaItalia, che non vanno esattamente nella direzione della rivoluzione ecologica.

Inoltre spostare l’attenzione dalla questione tecnica oggettiva, legata al quesito referendario, a quella politica più generale, da un certo punto di vista innalza la discussione a un livello più alto, ovvero al piano strategico, dall’altro però porta all’inevitabile approccio “per slogan”, ovvero ad una degenerazione e banalizzazione di un ambito complesso e che non può essere valutato se non nella sua complessità, con le competenze del caso.

Dall’altra parte, la motivazione occupazionale sollevata dai sostenitori del NO francamente sta poco in piedi, in quanto la dismissione degli impianti sarebbe comunque un processo non immediato, che non si verificherebbe prima dell’effettiva scadenza delle concessioni, ovvero non prima di qualche anno. Pertanto le compagnie avrebbero tutto il tempo di allocare le proprie risorse su altre commesse, magari proprio (why not?) nell’ambito della produzione o impiantistica “green”. Sul fronte del SI non sta in piedi la motivazione che la presenza di piattaforme penalizzerebbe in qualche maniera il turismo. E non si tratta di una valutazione soggettiva, bensì oggettiva, basata sui dati sul turismo delle zone interessate, ad esempio lungo la costa romagnola dove si trovano la maggior parte delle piattaforme.

Concretamente non cambierà niente, se non che le piattaforme che attualmente prelevano petrolio e gas dai giacimenti entro le 12 miglia dovranno, a scadenza della concessione, dismettere i propri impianti. Nulla cambia in merito alle nuove trivellazioni: quelle entro le 12 miglia erano già vietate dalla legge. Per quanto riguarda le altre nulla vieta che, paradossalmente, il giorno dopo il Referendum una Compagnia richieda e ottenga di poter spostare i propri impianti a 13 miglia dalla costa continuando a prelevare combustibile dal medesimo giacimento. In tal caso al danno si aggiungerebbe la beffa delle nuove trivellazioni/esplorazioni, e quindi di una azione decisamente più invasiva rispetto al tollerare gli impianti attualmente in funzione. Del resto lo SbloccaItalia stesso incoraggia questo tipo di attività.

E’ vero, il quesito per cui si voterà è l’unico sopravvissuto dei sei iniziali. Gli altri cinque sono stati considerati inammissibili dalla Corte Costituzionale, ma contrariamente da quanto affermano molti male informati (o in malafede), questo non può essere attribuito ad una sorta di boicottaggio da parte del Governo. In tre casi, infatti, i quesiti sono stati ritenuti inammissibili perché “soddisfatti” dalle modifiche introdotte dalla legge di Stabilità 2016, nei due rimanenti perché per rendere validi i ricorsi delle Regioni in merito alla modifica legislativa apportata dal Governo serviva il voto di almeno 5 consigli regionali, mentre ad esprimersi è stata solo l’assemblea del Veneto. Ricapitolando: sei quesiti proposti inizialmente dalle Regioni, di questi 3 soddisfatti da intervento governativo, e su questi nessuno ha ritenuto di dover far ricorso. Degli altri due si è fatto ricorso, ma commettendo errori grossolani dal punto di vista giuridico. In conclusione, comunque siano andate le cose, rimane un dato di fatto: combattere la battaglia della rivoluzione energetica con questo unico quesito è davvero troppo poco.

In passato proprio il Referendum sul Nucleare ha dimostrato che la volontà popolare può riuscire  in maniera netta ad indirizzare la strategia energetica di una nazione. In tal caso però il tema era molto chiaro e il quesito non affrontava la questione in maniera parziale (ovvero i cittadini non erano chiamati ad esprimersi riguardo alla tutela di solo una parte del territorio), ma riguardava l’intero territorio nazionale.

Altra storia era anche la battaglia contro le anomalie (altresì dette porcate) dello SbloccaItalia che abbiamo sostenuto quest’estate raccogliendo le firme per i due quesiti referendari che andavano a impedire politiche che favorissero l’inversione di tendenza ovvero una nuova era di ispezione e sfruttamento delle risorse del sottosuolo nazionale. E infatti in quel caso la battaglia è stata combattuta in solitario da Possibile e Green Italia. Perché, per molti di quelli che oggi hanno tatuato sul petto il simbolo del SI, in quell’occasione era più importante la strategia interna, la paternità di una proposta, e quindi la salvaguardia del proprio bacino di consenso, che il convergere intorno al tema in discussione.

Parliamo poi di un altro aspetto che mi sta particolarmente a cuore, perché non mi piace essere preso in giro o prendere in giro nessuno, ovvero di sostenibilità. Perché siamo tutti bravi, a parole e senza responsabilità operative, a dire “facciamo a meno di combustibili fossili”, oppure “non si sta facendo abbastanza nella direzione delle rinnovabili”. Ma mettiamoci almeno d’accordo su cosa si intende con “abbastanza”. Analizziamo un po’ di dati e poi esprimiamo un giudizio. Purtroppo non lo fa nessuno. Partiamo dallo stato dell’arte della strategia energetica nazionale, dai dati, e iniziamo a chiederci: di quanta energia abbiamo bisogno per coprire i nostri consumi? quanta energia produciamo? come la produciamo? Quanta è prodotta da fonti non rinnovabili, e quanta da rinnovabili? Cosa accade nel resto d’Europa?

Il fabbisogno energetico nazionale è la somma di tutti i consumi energetici utili a coprire tutte le attività attive sul nostro territorio ovvero non soltanto il fabbisogno di energia elettrica, ma quello di combustibile per i trasporti (automobili, camion, traghetti, aerei ecc..), per alimentare i fornelli nelle nostre abitazioni, per il riscaldamento degli ambienti, per la produzione industriale ecc.. In molti di questi casi l’utilizzo di combustibili fossili è difficilmente sostituibile nell’attuale contesto economico/industriale. Questo vuol dire che, nel quadro attuale, conversione ecologica vuol dire non solo aumentare le infrastrutture per la generazione di energia “green” e progressivamente ridurre le centrali che bruciano combustibile fossile, ma anche parallelamente smettere di utilizzare le automobili non elettriche, chiudere i rubinetti di metano nei nostri appartamenti (e quindi adeguare di conseguenza gli impianti domestici) e via dicendo. E considerando, per dirne una, che le auto elettriche oggi viaggiano intorno al 0,1% del totale e le ibride intorno al 1,5% direi che di strada da fare ce n’è ancora tanta.

Rinunciare alle fonti fossili senza rivedere il nostro modello economico, commerciale e industriale, senza rivedere sensibilmente le nostre stesse abitudini, il nostro stile di vita, è semplicemente impossibile, con buona pace di tutti coloro che dicono che tappezzando il paese di pale eoliche e pannelli fotovoltaici si coprirebbe la totalità del fabbisogno energetico nazionale.

Allora va bene aumentare l’efficienza degli impianti per ridurre i consumi, ma siamo disposti a ridurli modificando il nostro stile di vita, ad esempio sacrificando qualcuno degli eccessi quotidiani che per noi sono ormai la cosa più naturale (non è esattamente così nel resto del mondo)? Siamo disposti a muoverci sempre di più a piedi o con i mezzi pubblici, alla condivisione (sharing) delle noltre autovetture, magari sacrificando la comodità dell’utilizzo di un’automobile tutta per noi? Siamo disposti a fare a meno del metano nelle nostre abitazioni?

Chiaramente la politica non deve lasciare al cittadino la possibilità di auto-limitarsi, ma piuttosto deve incentivarlo affinché sia spinto a farlo, orientarlo in quella direzione rendendola vantaggiosa, in primis sul piano economico. Ad esempio aumentando gli incentivi per l’installazione di pannelli fotovoltaici nelle abitazioni, obbligando le aziende a porre sui propri tetti pannelli (nelle zone industriali), promuovendo politiche locali per la mobilità intelligente ecc…

Concentriamoci sui consumi e la produzione della sola energia elettrica, ovvero su ciò che va a coprire la parte più consistente del fabbisogno energetico nazionale. Di quanta energia elettrica abbiamo bisogno per far funzionare qualsiasi impianto o mezzo che necessiti di energia elettrica? Quanta ne riusciamo a produrre? (fonte Rapporto ISPRA 2015 su rinnovabili e emissioni CO2)

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Dalla tabella si vede che i consumi e la produzione negli ultimi anni sono diminuiti, un po’ per la flessione del PIL dovuta alla crisi economica, ma principalmente per l’aumento dell’efficienza degli impianti e la riduzione delle perdite della rete.

Quanta energia elettrica produciamo, per tipologia di produzione? Quanta ne produciamo bruciando fonti fossili e quanta da fonti rinnovabili? Diamo un’occhiata a questo grafico (fonte Autority Energia):

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In pratica ogni anno, sul totale di energia prodotta (che oscilla al momento intorno ai 270TWh), diminuisce la quantità di energia elettrica prodotta bruciando fonti non rinnovabili (termoelettrico) e in parallelo aumenta quella prodotta dalle rinnovabili. Nel 2014 la produzione elettrica da fonti rinnovabili costituiva il 42,9% del totale dell’energia elettrica prodotta in Italia, nel 2015 ha superato il 43% (link1, link2). Questo è certamente un indicatore che la strada che il nostro Paese sta seguendo dal punto di vista energetico è quella giusta, come peraltro confermato dal fatto che gli obiettivi posti dall’Europa da raggiungere in termini di utilizzo di rinnovabili entro il 2020 in Italia li abbiamo già raggiunti (17% del fabbisogno energetico coperto da rinnovabili). E questo nonostante -come già ricordato- provvedimenti come lo SbloccaItalia vadano esattamente nella direzione opposta a quella che stiamo seguendo.

eeee

La rimanente parte della produzione nazionale è dovuta a fonti non rinnovabili, ovvero alla combustione di fo ti fossili in centrali termoelettriche. Secondo le statistiche di Terna, la maggior parte delle centrali termoelettriche italiane sono alimentate a gas naturale (59,5% del totale termoelettrico nel 2012), carbone (21,6%) e derivati petroliferi (4,3%).

Sul sito dell’OECD (Dati OCSE) si può fare un confronto tra il valore di energia elettrica prodotti nel tempo da alcuni Stati scelti tra i nostri vicini europei. Chiaramente i dati sono indicativi perché vanno rapportati al fabbisogno energetico nazionale (non è che produco più energia perché sono ganzo, ma perché ho un maggior fabbisogno energetico da soddisfare), che varia in funzione della popolazione e ad altre componenti.

fffff

Ma un’indicazione significativa la otteniamo dal successivo grafico, che illustra l’energia elettrica prodotta dai nostri cugini europei in centrali nucleari:

gggggg

In sostanza noi produciamo mediamente 278.833 GWh di energia elettrica ogni anno, di cui zero GWh da energia nucleare, perché, come noto, in Italia a seguito dell’esito del Referendum successivo all’incidente di Cernobyl, non è consentito produrre energia elettrica sfruttando l’energia atomica. E, come già ricordato, di questa, più di 120.000 GWh si ottengono da fonti rinnovabili.

hhhiiii

Sempre secondo il Rapporto ISPRA del 2015 sulle fonti rinnovabili e le emissioni di CO2, in Italia circa il 99% del parco rinnovabile è costituito da impianti fotovoltaici e solo il restante 1% dall’idroelettrico, eolico, geotermico e a biomassa (immagine a destra), ma la maggior parte dell’energia viene prodotta dagli impianti idrici (idroelettrica).

La Spagna produce quanto noi ma 54.264 GWh lo produce nelle centrali nucleari, la Svezia, produce 149.539 GWh di cui 63.597 generati da centrali nucleari, la Germania 596.705 GWh, di cui 92.127 GWh da centrali nucleari e -udite udite- la Francia 548.686 GWh, di cui 403.695 da impianti nucleari. Il dato significativo è che i nostri vicini soddisfano una buona parte del proprio fabbisogno energetico grazie all’energia nucleare prodotta dalle centrali sul loro territorio (poi ci sarebbe anche quel piccolo problemino delle scorie, ma che sarà mai, vero?..). Mi vien da dire, per sdrammatizzare: così son boni tutti! Questi dati dovrebbero farci aprire gli occhi quando siamo posseduti dalla voglia pazza di esternare al mondo la nostra esterofilia.

Parliamo ora della grande ipocrisia di fondo dietro questo referendum. Come abbiamo visto la maggior parte di combustibile utilizzato per la produzione di energia, senza considerare quello che utilizziamo anche per tanti altri scopi, è il gas naturale (considerato molto meno inquinante del petrolio). Chiudere gli impianti entro le 12 miglia (che nella maggior parte dei casi estraggono gas) non comporta in alcun modo una riduzione dei consumi dello stesso gas, ma ci obbliga ad acquistare quel gas che ci serve, a meno che non ci si metta nelle condizioni di poterne fare a meno (ma questa è un’altra storia). Magari acquistarlo dalla medesima compagnia che prima ci pagava le royalties per l’estrazione, che ce lo farà pagare di più considerando che lo va a prelevare da qualche giacimento sulle coste africane (lontano dagli occhi, lontano dal cuore!) o in un qualche Oceano remoto, con i conseguenti costi di trasporto e le royalties mediamente più alte delle nostre. Un’ipocrisia simile al fatto che siamo contro al nucleare, ma che l’80% dell’energia elettrica che acquistiamo dall’Estero la producono le centrali nucleari francesi (e ci arriva dagli elettrodotti di Francia e Svizzera).

Se si volesse davvero andare a scoraggiare lo sfruttamento delle piattaforme sul nostro territorio facendo l’interesse del nostro Paese si potrebbe partire dal rivedere le royalties, ovvero ciò che le multinazionali riconoscono (sulla base di accordi commerciali ben precisi) allo Stato per ogni tot di petrolio o gas che estraggono, che sono tra le più basse del mondo (in mare il 7% per il petrolio, 10% per il gas, in terraferma il 10%, contro addirittura l’80% di Russia e Norvegia).

Una delle argomentazioni a favore del SÌ è che secondo recenti analisi sulla qualità delle acque diffuse dal ISPRA e riprese da Greenpeace, le acque nei pressi delle piattaforme sarebbero più inquinate che lontano dalle stesse. Ottimo, se davvero è così inaspriamo le penali nei confronti delle compagnie che gestiscono gli impianti.

In parole povere adottiamo dei provvedimenti che rendano meno conveniente lo sfruttamento delle nostre coste alle grandi compagnie. Lo SbloccaItalia -tanto per ribadire- dimostra che il Governo sta operando nella direzione opposta, incoraggiando le nuove concessioni e un maggior sfruttamento del nostro territorio per finalità estrattive.

Insomma in conclusione della presente analisi sono ancora più convinto che anche il tema No Fossili da subito sia inattuabile, e che perda di significato anche il messaggio politico che viene dato allo stesso referendum. Trovo invece molto più pragmatica e attuabile la proposta di Legambiente nel “Rapporto Comuni Rinnovabili 2015”, perché si possa “avviare -da subito- uno scenario di investimenti nell’interesse delle imprese, delle famiglie e dell’ambiente”:

  •  Fare del “Green Act” che il Governo ha annunciato il volano per il rilancio degli interventi di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e diffusione delle rinnovabili, dentro una strategia per il Clima nel quale fissare obiettivi e il percorso di riduzione delle emissioni di CO2.
  • Cancellare tutti i sussidi alle fonti fossili e introdurre una carbon tax per muovere investimenti in efficienza energetica e nelle energie pulite da parte delle imprese.
  • Introdurre nuove regole per la valutazione dei progetti da fonti rinnovabili, attraverso efficaci criteri per gli impianti eolici, idroelettrici, geotermici, solari termodinamici, e la semplificazione per gli impianti di piccola taglia.
  • Cancellare le barriere all’autoproduzione e distribuzione di energia prodotta da fonti rinnovabili e in cogenerazione, da parte di Comuni, distretti produttivi, condomini.
  • Promuovere innovazioni nel mercato elettrico che permettano alle rinnovabili di competere, attraverso l’aggregazione di impianti e contratti di lungo termine, ma anche spingendo il revamping degli impianti esistenti.
  • Rivedere il sistema di incentivi per gli interventi di efficienza e le fonti rinnovabili, con l’obiettivo di ridurre la spesa energetica di famiglie e imprese accompagnando la riduzione dei costi delle diverse tecnologie attraverso una regia e una verifica delle politiche e degli strumenti.
  • Investire nelle reti energetiche, per accompagnare la produzione da energia pulita, attraverso interventi che eliminino i colli di bottiglia che con la modernizzazione delle reti di distribuzione.

Interessante anche la posizione di Legambiente in merito allo stesso referendum.

Ah. Alla fine, non vi ho detto cosa voterò.

Pubblicato da: giuliolaforenza | febbraio 9, 2016

Democrazia partecipativa o finta democrazia?

In tempi come questi, caratterizzati da crisi di rappresentanza e quindi di democrazia realmente rappresentativa a causa del sempre maggiore scollamento tra rappresentanti e rappresentati, provare a cambiare le modalità decisionali della politica sfruttando al meglio gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, è una pratica interessante e su cui tutte le forze politiche possono e dovrebbero investire. La democrazia partecipativa è uno strumento con cui si tenta di conseguire una maggiore giustizia sociale, si cerca di farsi portavoce di un nuovo modello di sviluppo o si provano a scardinare grandi interessi, obiettivi difficilmente raggiungibili nel modello di potere tradizionale in cui gli interessi dei potenti tendono ad essere conservati piuttosto che messi in discussione. Questo è uno dei motivi della loro mancata diffusione in modo massivo: il potere tende all’autoconservazione di sé stesso.

L’utilizzo di piattaforme digitali per dare la possibilità agli iscritti di esprimersi riguardo un certo tema, e quindi indirizzare il partito/movimento stesso, è certamente una di quelle modalità volte a ricostruire il rapporto tra la base e i vertici, e quindi a ridare fiducia ai tanti che hanno smesso di partecipare “perché tanto le cose son decise dall’alto, e con o senza di me non cambia niente”.

Ma è sufficiente dotarsi di tali strumenti ed utilizzarli massivamente per garantire il principio dell’espressione democratica, oppure il vero rischio è quello di dare solo la parvenza di rappresentatività (convincere gli iscritti che sono davvero protagonisti) mentre i giochi alla fine son sempre stabiliti dai vertici? Le piattaforme per le votazioni on line possono davvero essere considerate strumenti efficaci per dare espressione alla vera anima del partito (ovvero alla maggioranza reale degli iscritti)? In quanto la struttura di un Partito condiziona il principio democratico? E’ sempre vero che una struttura orizzontale, senza corpi intermedi, è più “democratica” di una verticale (dotata di diversi livelli di rappresentanza territoriale)?

La piattaforma web non è altro che uno strumento, un mezzo per raggiungere un fine, quello di consentire alla maggior numero di tesserati di partecipare attivamente alle decisioni del partito, in due parole: partecipazione democratica. Sembrerà scontato anche democvripeterlo, ma per poter considerare tali strumenti credibili occorre non perdere di vista due elementi basilari. Devono essere utilizzati massivamente, ovvero gli iscritti devono essere chiamati con regolarità ad esprimersi in merito ai temi basilari, e gli stessi devono rispondere interagendo con lo strumento a loro disposizione, garantendo la massima partecipazione. In secondo luogo, la scelta del tema su cui convocare le sessioni di voto non deve essere pilotabile, e le votazioni devono essere normate in modo che l’esito non sia condizionabile da nessuno degli attori coinvolti. In altre parole, le regole del gioco (quelle per l’imparzialità) devono esserci, devono essere condivise e molto chiare. Questo per garantire il principio democratico del voto (e siamo alla “democrazia”). Già chiamare gli iscritti ad esprimersi su una questione e non farlo in merito ad un’altra, di per sé è un modo per condizionare le scelte di un Partito. Pertanto sulle scelte basilari, qualora si scelga di utilizzare tali strumenti, si dovrebbero sempre invitare gli iscritti ad esprimersi, senza eccezioni di sorta. E già questo non è banale.

L’assenza di una chiara e condivisa autoregolamentazione porta inevitabilmente ad un’ambiguità di fondo (nel migliore dei casi) o ad un condizionamento del voto (nel peggiore).  Citerò come esempio una vicenda a cui ho assistito recentemente nella mia recente esperienza di militanza attiva. Mettiamo che un Partito convochi i suoi adepti ad esprimersi in merito al suo Statuto, precedentemente scritto dai vertici del Partito stesso. Questi ultimi avranno certamente interesse a fare in modo che lo stesso Statuto, da loro realizzato (con buona probabilità “a loro immagine e somiglianza”), venga approvato senza emendamenti. Qualora la base, sfruttando la possibilità messa a disposizione dal regolamento che gestisce la fase statutaria, chieda di modificarne alcuni passaggi proponendo degli emendamenti, non dovrebbe essere possibile in alcun modo (sempre sulla base di ciò che dovrebbe essere oggetto del Regolamento) che i vertici del Partito, autori dello Statuto, possano decidere autonomamente e dinamicamente riguardo la gestione del caso. Per togliere forza agli emendamenti potrebbero, ad esempio, decidere unilateralmente di accettarli solo se accorpati in una o più proposte statutarie da mettere poi ai voti. In sostanza: io sono a favore di un certo emendamento, ma contro un altro accorpato in una certa proposta, pertanto non voterò la proposta e quindi neanche l’emendamento che avrei altrimenti appoggiato. E il colpo di grazia per l’approvazione di una o l’altra proposta potrebbe essere dato stabilendo un quorum di voto sufficientemente alto, tale che nessuno dei partecipanti riesca a raggiungerlo. In questo modo la guida del partito raggiungerebbe il doppio successo: da una parte farebbe sentire gli iscritti protagonisti delle scelte del partito, dall’altra registrerebbe la conferma dello Statuto originale non emendato. L’unica sconfitta in questo caso sarebbe la democraticità del processo, chiaramente condizionato da scelte di uno degli attori coinvolti nelle decisioni da prendere.

In un piccolo Partito tutto questo assume ancora più il sapore di farsa, dal momento che spesso e volentieri poche sono le figure di rilievo mediatico, quelle che possono competere ai ruoli apicali, e queste mediante l’autorevolezza che si son guadagnati nella “truppa”, e mediante i mezzi a loro disposizione (blog, social media) riescono a condizionare fortemente la massa di iscritti che in modo naturale sono portati a farsi guidare. Direte.. “che c’è di male, in definitiva anche questa è democrazia”. Non è esattamente così. In questo caso tutto il processo successivo, ovvero il voto riguardo a un certo tema, diventa perfino secondario dal momento che è già stato abbondantemente pilotato dall’alto, portando tipicamente a risultati bulgari, che non possono però essere inquadrati nell’ambito del confronto democratico aperto, non essendoci realmente due entità forti e contrapposte, due proposte davvero alternative. Nella maggior parte dei casi le votazioni non possono andare diversamente da come vanno alla fine, e il loro risultato è ampiamente prevedibile a priori. In assenza di confronto leale, senza che si mettano su una bilancia i pro e i contro, il tutto diventa una farsa, una perdita di tempo un po’ per tutti. Un puro esercizio teorico.

Anche la struttura di un Partito condiziona molto il principio di democrazia partecipativa. Tipicamente i partiti a struttura orizzontale, quelli senza corpi intermedi, vedono la base più vicina al cento di potere, quindi all’apparenza più determinante nel condizionarne l’operato. Questa è spesso la convinzione dei suoi tesserati. Ma siamo davvero sicuri che sia davvero così? In Italia nessun grande Partito ha questa forma, che diventa ingestibile/insostenibile mano a mano che le dimensioni del Partito aumentano. Un partito orizzontale non prevede la presenza dei cosiddetti “corpi intermedi”, ovvero rappresentanti a più livelli territoriali (dal comune, alla provincia, alla regione). Nei Partiti tradizionali c’è la base e poi ci sono più livelli di coordinamento organizzatissimi e dotati di risorse economiche e potere decisionale. I livelli intermedi di coordinamento responsabilizzano chi ricopre un certo ruolo e lo portano naturalmente (e in modo molto più democratico, mediante i voti dei circoli su base territoriale) ad emergere. L’assenza di questi corpi favorisce il processo opposto, ovvero il controllo totale da parte del livello nazionale delle dinamiche locali, che spesso e volentieri non è neanche in grado di poter comprendere fino in fondo non vivendo quotidianamente la singola realtà e le sue varie sfaccettature. In pratica la rappresentanza democratica in questi partiti è ancora più penalizzata, se non azzerata del tutto. La struttura orizzontale, senza corpi intermedi, collassa in occasione delle tornate elettorali. In primis perché, come appena detto, il nazionale non è in grado di gestire i casi locali e sarebbe impensabile convocare relative sessioni di voto on-line per ogni singolo caso. In secondo luogo perché i Partiti a struttura verticale hanno figure che svolgono a tempo pieno la loro funzione di coordinamento e organizzazione, stipendiate dal Partito. Sono delle piccole macchine da guerra, dei professionisti che vivono in campagna elettorale perenne (e questo è forse anche il loro limite più grande dal momento che spesso si perdono di vista i contenuti, i temi, per concentrarsi sulla strategia più efficace per guadagnare consensi), contro i quali non ci si può porre come l’armata Brancaleone, senza una strategia efficace, e basandosi solo sul volontariato dei pochi tesserati attivi.

Nella nostra realtà nazionale l’esperienza dei Partiti/Movimenti che si distinguono ad oggi per l’utilizzo massivo di strumenti di “democrazia partecipativa”, evidenzia tutti i limiti di tale approccio. Nel caso dell’esperienza del M5S, a fronte di un numero di iscritti molto alto, attestato a diverse centinaia di migliaia di tesserati, si vede un sottoinsieme minimo degli stessi realmente attivi nell’utilizzo della piattaforma di voto on-line (qualche decina di migliaia). In termini relativi (ma anche assoluti) questo dato dimostra il fallimento del modello, che porta a casi estremi come quello delle primarie per la presidenza della regione Liguria, in cui la candidata venne scelta da meno di 500 votanti. Senza partecipazione non è possibile dare concretezza e credibilità al concetto di democrazia partecipativa. Nel caso di Partiti di dimensione decisamente inferiore, come il neonato Possibile, gli utenti della piattaforma si attestano a metà degli iscritti, numero esiguo in termini assoluti, e insufficiente anche in termini relativi a causa del maggior peso legato all’esiguo numero di iscritti, inferiore alle 5000 unità. In questo caso vengono, numeri a parte, vengono a mancare le condizioni di reale democraticità del processo di voto, a causa dei limiti strutturali sopra evidenzati (maggior peso dei vertici nell’orientamento dei militanti, regole inadatte a garantire la non influenzabilità / pilotabilità delle votazioni). In definitiva ad oggi, in Italia non sussistono le condizioni basilari affinché gli strumenti di democrazia partecipativa possano essere considerati davvero validi ed efficaci, quindi credibili.

E’ difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo sul fatto che la Democrazia partecipativa sia, dal punto di vista ideale, la forma che più premia la rappresentanza, che rimette il cittadino al centro delle decisioni rendendolo protagonista delle scelte, e quindi possa essersi considerata più democratica delle forme tradizionali (democrazia rappresentativa/delegativa), ma la mancanza di regole e garanzie, la parzialità delle stesse e soprattutto la scarsa partecipazione (per motivi culturali intrinseci e una generali disaffezione alla gestione del Bene comune), la rendono di fatto una farsa, una finta espressione democratica.

Non dobbiamo per questo farci vincere dalla frustrazione dovuta all’attuale inefficacia di questa strada, di fronte alla nostra sana ambizione di cambiare le cose. Piuttosto, queste riflessioni devono portarci a lottare ancora di più per creare le basi affinché tali strumenti diventino centrali e finalmente efficaci. A fare il salto dal mondo ideale a quello reale. Purtroppo, come abbiamo visto, non si tratta solo di abituarsi all’utilizzo dello strumento, ma occorre andare molto più a fondo, alla radice della questione. Si tratta di creare una cultura della partecipazione alle decisioni, e quindi di responsabilizzare il cittadino. E tutto passa -come sempre accade- da un’istruzione di qualità, dalla valorizzazione del mondo della scuola, della cultura, della ricerca. Dal creare conoscenza, informazione di qualità. Perché la partecipazione virtuosa, quella che porta un vantaggio concreto alla comunità, nasce dalla conoscenza e dalla consapevolezza. E senza queste qualsiasi strumento che si vada ad utilizzare, ci darà solo la parvenza di essere protagonisti delle nostre scelte. E i giochi saranno sempre decisi da pochi altri.

“Quando qualche anno fa iniziai a seguire Pippo Civati nel PD, condividendone totalmente gli obiettivi e i nobili fini politici, la speranza era di provare, insieme, ad avviare un percorso che desse concretezza alle nostre battaglie quotidiane individuali. Che ci portasse ad essere numericamente sempre di più, sulla base di una linea basata sulla coerenza e su un modo di fare politica e relazionarsi agli altri, basato sull’analisi e sul confronto, sempre leale e rispettoso.

Non ho mai ritenuto di dovermi tesserare al Partito. Ho preferito giocare il ruolo, indipendente, di tiratore a sinistra del PD, ma da fuori, ruolo in cui mi sentivo più a mio agio. Ho comunque sostenuto il gruppo nelle sue sfide/battaglie. Il percorso per le primarie del PD è stata un’ avventura nuova ed entusiasmante politicamente ed umanamente. E’ stata per me motivo di crescita personale. Con il passare del tempo il PD ha completato la sua metamorfosi tradendo il suo stesso elettorato, spostando il baricentro verso destra. In quel momento ho fatto parte della schiera dei rompiscatole che scrivevano a Pippo sognando la conquista delle praterie a Sinistra con un progetto nuovo ed innovativo. Per questo ho deciso consapevolmente e orgogliosamente di tesserarmi a Possibile, provando a dare il mio contributo per costruire una casa comune che fosse accogliente e aperta. Aperta al confronto, ai dubbi, umile. Pronta a mettersi in gioco per superare i suoi stessi limiti, come sempre bisognerebbe provare a fare nel nostro percorso umano prima che politico.

In questi mesi ho avuto il privilegio e l’onore di rappresentare un gruppo di persone serie, competenti di questioni politiche e di grande spessore umano. Ho provato a lavorare nell’ottica del dialogo tra comitati locali, tra mille difficoltà, a bypassare le problematiche troppo spesso sottovalutate dall’alto. In ultimo (cronologicamente parlando) ho provato a scrivere un post sul mio blog personale che ripercorresse il nostro cammino recente, provando ad individuarne criticità e a proporre soluzioni volte al superamento dei nostri limiti (o presunti tali). L’approccio voleva, come sempre, essere responsabile, costruttivo e evitare le polemiche che servono a poco. Mi sarebbe piaciuto che si parlasse dei tanti dubbi che ho segnalato per provare a capire insieme.

La decisione di dimettermi dal ruolo di portavoce e quella di non rinnovare la tessera di Possibile, sono motivate dalle riflessioni conseguenti il mio post e le reazioni che lo stesso ha generato. Dalla constatazione che se certi temi basilari il confronto mai c’è stato realmente e mai ci sarà.

Le aggressioni degli integralisti del purismo, dei Pasdaran nostrani, me le aspettavo e mi sarei sorpreso anzi se non fossero venute fuori. Non mi sarei aspettato invece che l’organizzazione fosse totalmente in sintonia con questi soggetti in merito alla linea politica generale. 

La linea dominante in Possibile, è ad oggi quella della chiusura verso l’esterno, della autoreferenzialità. Io sono convinto che il dialogo con tutti, la ricerca di soluzioni comuni, il superamento della logica di blocchi e delle bandiere, il costruire ponti anziché innalzare muri, siano l’unica possibilità che potevamo avere, e che l’abbiamo persa a favore dei fondamentalismi e integralismi miopi, che ritengo condanneranno il progetto alla pura testimonianza, all’ennesima occasione persa di costruire un progetto di sinistra serio, organico e credibile. L’immagine del Associazione – portatessere come luogo di confronto e scambio, quindi di crescita, è oggi un ricordo lontanissimo.

In questi mesi ho avuto anche modo di constatare che l’approccio del Partito, con l’attuale struttura, è molto più verticistico dei partiti tradizionali, non essendo previsti organi intermedi di coordinamento. Questo vuol dire anarchia totale nei territori (ovvero inconsistenza). Anche la democrazia partecipativa, pilotatabile dall’ambiguità delle regole d’ingaggio, di fatto rende il concetto stesso di partecipazione una farsa. E in realtà le decisioni son prese tra pochissimi.

Il livello del dibattito quotidiano si riduce alle polemiche su Facebook di alcuni personaggi che occupano anche posizioni importanti nell’organico del Partito. Si dà mostra del peggio del proprio narcisismo snob, fornendo una immagine imbarazzante di sé stessi e del Partito agli occhi degli osservatori esterni.

Arroganza e aggressività che contrastano pesantemente col “più gentilezza” del Possibile embrionale, che era uno dei motivi che mi spingeva fortemente a credere che la strada fosse quella giusta. Perché solo cambiando l’approccio al nostro modo di concepire la politica e quindi la nostra stessa interazione si possono raggiungere gli ambiziosi obiettivi che ci poniamo.”
Pubblicato da: giuliolaforenza | gennaio 5, 2016

Per un 2016 in cui tutto è Possibile (=)

Stare in un Partito, qualunque esso sia, dovrebbe voler dire non solo condividerne i valori e le battaglie, ma anche e soprattutto portare il proprio spirito critico al servizio dello stesso, in modo da contribuire all’elaborazione di proposte e, se necessario, criticarne le scelte, nel rispetto delle tante anime diverse che lo compongono. La possibilecorsopermanenza di ognuno di noi, il nostro impegno, la nostra militanza attiva derivano dal sentirsi parte di un progetto, dalla condivisione che si ha degli obiettivi comuni, e delle modalità con cui si prova a raggiungerli. La militanza non è un qualcosa da intendersi a tempo indeterminato, ma è subordinata all’empatia col progetto. Ognuno di noi è chiamato a dare un contributo per disegnare la strada verso quella casa comune che in molti sogniamo da tempo. In questo post sfrutto il fisiologico bisogno di fare il punto della situazione che mi pervade ogni fine/inizio anno, e mi propongo di ripercorrere le tappe principali di Possibile, le sfide affrontate insieme, cercando di capire se qualcosa poteva essere fatto meglio, provando ad analizzare i limiti della nostra organizzazione, perché si possa tentare di superarli guardando avanti.

Questo post ha l’ambizione di stimolare una discussione costruttiva e leale limitando qualsiasi polemica del caso. Nasce dalla consapevolezza che le scelte spesso si fanno per i motivi più disparati. Che chi si trova a decidere ha grandi responsabilità e spesso è solo a sostenerne il carico. Che comunque la scelta scontenterà qualcuno e che non sempre tutte le variabili che la determinano sono in possesso di chi si trova, come me, a giudicare a posteriori. E che comunque, anche i giudizi espressi “a bocce ferme” sono soggettivi e non necessariamente sono da considerarsi verità assolute. Dopo un anno di appassionante ed avvincente avventura politica non posso che ringraziare tutti coloro che, con il loro lavoro, la loro passione e il loro impegno hanno reso possibile tutto questo (in particolare i miei compagni di viaggio del Comitato Alexander Langer di Pisa Possibile).

Imparare dagli errori, superare i limiti (un po’ di storia recente…)

Possibile nasce dal gruppo di lavoro storico formatosi attorno alla figura (e al blog) di Pippo Civati, attivo sin dai “campeggi di Albinea”, nella primissima Leopolda, a sostegno della mozione Marino, a supporto alla candidatura di Pippo alle primarie del PD (ricordate? “Le cose si cambiano cambiandole”) (link, link2, link3), passando dai vari Politicamp, gli civatincontri annuali del gruppo. L’associazione Possibile nasce al Politicamp di Livorno, nel 2014 (link). È l’anno della sconfitta netta alle primarie contro Renzi, che nel frattempo è diventato Premier accentrando il partito democratico attorno a sé, governando con la destra e con proposte politiche di destra. Il morale del gruppo è a terra e lo stesso Pippo è nella posizione scomoda di chi prova da solo a nuotare contro corrente, sempre più isolato. Si accende il dibattito fra coloro che credono che debba rimanere nel PD per provare a cambiare le cose da dentro, e quelli che vorrebbero che uscisse per provare a costruire qualcosa di diverso (link). La prima tappa del confronto vede la “vittoria” dei primi a seguito dell’incontro di Bologna nel quale si decide tra l’altro di dare la fiducia al governo Renzi (la stessa che si è negata al Governo Letta). Allora ritenni (e oggi continuo a sostenere) che la fiducia a Renzi fosse un errore politico (link). Si sceglie di proseguire nel PD, ma un anno di opposizione inconsistente “da dentro”, nel quale si è sistematicamente umiliati e definiti gufi, rosiconi, professoroni ecc.. dimostra che i margini operativi per incidere in quel perimetro sono nulli. Ed è evidente che l’approccio bersaniano di “rispondere alla ditta” e attenersi alla linea del Premier-Segretario, contraddicendo il programma politico per cui si è stati eletti, e andando contro le proprie convinzioni, porterebbe allo stillicidio del gruppo. I dubbi di Pippo, benché siano più che legittimi e compensibili/fisiologici, in quelle ore fanno perdere consensi di fronte all’opinione pubblica.

Inevitabile la scelta, di lì a poco, di uscire dal PD. Parte del gruppo decide di rimanere nel partito e si perdono per strada alcuni dei compagni di viaggio che continuano tutt’oggi a condividere la nostra visione del mondo e molte civotidelle perplessità rispetto all’approccio renziano, ma che non credono abbastanza nel nuovo progetto. Alcuni hanno solo bisogno di tempo, come del resto ne aveva bisogno lo stesso Pippo poco prima. Da essere orgogliosamente parte del PD (tranne chi come me operava da “tiratore del Partito a sinistra, ma da fuori”) si passa alla fase del disprezzo di tutto ciò che è legato al PD, compresi i cosiddetti “Dem” (per la cronaca pensavo di essere uno al passo coi tempi e invece ho appena scoperto che AreaDem, SinistraDem e ReteDem sono entità diverse, e che esistono anche dei Dem renziani che si fanno chiamare +Dem. Della serie “50 sfumature di Dem”), che invece avrebbe potuto essere un alleato per molte battaglie comuni. Paradossalmente proprio coloro che sono rimasti sulla porta ad osservare il corso degli eventi, gli ex compagni di viaggio, con cui si son condivise battaglie nel recente passato, sono i più odiati perché marchiati come traditori della causa da sedicenti cavalieri della purezza (ci si potrebbe scrivere un libro di filosofia, ma anche di oculistica). Forse non si poteva fare diversamente per creare le basi di un progetto realmente alternativo, ma ritengo che la gestione di questa fase transitoria e la rottura nei confronti degli ex compagni di viaggio ci abbia indebolito, e che forse con un approccio meno integralista, con un po’ più di buon senso e di comprensione e meno rese dei conti a livello personale (l’esperienza Toscana insegna), ora il gruppo sarebbe molto più unito e numeroso, e quindi più incisivo nelle sfide quotidiane. Il 2014 passa così, nell’attesa di tempi migliori.

Al Politicamp del 2015 inizia la roadmap per trasformare Possibile in un Partito vero e proprio. Da subito si percepiscono un grande entusiasmo e tanta energia nuova. La freschezza di una sfida di gruppo davvero ambiziosa. politicampSi parte con un messaggio chiaro al Paese: le ultime riforme del Governo (Italicum, BuonaScuola, SbloccaItalia e JobsAct) sono molto pericolose per il Paese e dobbiamo attivarci, da cittadini al servizio della politica, per scongiurarne le principali criticità. Si ritiene che proporre dei quesiti referendari sui temi in questione sia il modo migliore per procedere, il modo più semplice e diretto (e previsto dalla nostra Costituzione) per restituire sovranità ai cittadini (link). In parallelo, si fissa nel calendario una data: 1 ottobre, data in cui si proverà a unire la sinistra in una forza che finalmente riesca a sintetizzare il sentire comune delle tante anime che vi si identificano. La sfida referendaria è per noi un momento importante, una bellissima esperienza anche umana, un modo per conoscersi, la prima vera occasione per fare squadra e per fare politica tra la gente. Il risultato non viene raggiunto per circa 200.000 firme. Molti di coloro che da dentro e da fuori sostengono la campagna sollevano dei dubbi sulla moduligestione dell’ultima fase della raccolta. Si sapeva che l’obiettivo 500.000 firme sarebbe stato molto ambizioso (500.000 firme raccolte in due mesi, da un partito appena nato e non ancora strutturato, e per giunta in estate), ma forse si poteva prevedere il collo di bottiglia che si sarebbe creato nella fase di validazione delle firme nei Comuni. Come si sapeva che i moduli “misti” (e in una città turistica come Pisa ne abbiamo riempiti molti) sarebbero stati difficilmente gestibili. Il non aver previsto, probabilmente per inesperienza, scenari di questo tipo, ha marchiato di pressappochismo tutta la campagna, vanificando le giornate in strada da parte dei tanti volontari e l’impegno devastante  dei ragazzi che hanno gestito la campagna dal punto di vista logistico. Anche questo a mio avviso è stato un errore. Col senno di poi si può affermare che forse con una organizzazione più attenta e un Partito più strutturato, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto.

Dopo i referendum viene proposto di raccogliere le firme per la calendarizzazione del dibattito parlamentare sul Fine Vita (testamento biologico). Sul tema, particolarmente delicato, molti di noi ritengono che non vi sia stata una adeguata formazione per sostenere un confronto con i cittadini per le strade. Inoltre non si tiene conto del fatto che nella maggior parte dei casi i comitati sono numericamente limitati e dopo mesi di raccolta firme per i referendum avevano bisogno di “rifiatare”. Altro possibile errore strategico e comunicativo.

Anche il processo che dovrebbe portare alla Sinistra unita sembra interrompersi. Nasce “Sinistra Italiana”, una versione “ribrendizzata” di SEL + Fassina (quest’ultimo dopo pochi giorni si auto lancia a Sindaco di Roma). Sinistra furfaropastItaliana cerca un dialogo con il PD e propone in alcuni casi alleanze a livello locale (in vista delle amministrative). Possibile reputa questo approccio intollerabile e in contrasto con il principio dell’essere totalmente alternativi al PD. Civati dice “se avessi voluto allearmi col PD non sarei mai uscito”. Ed effettivamente il ragionamento non fa una piega, anche se poi a livello locale tutti sappiamo che la situazione non è così semplice, e che in molti casi gli stessi amministratori del PD (alcuni anche molto in gamba) non condividono le politiche di Renzi e del Governo. L’essere buoni amministratori è un qualcosa che esula dal Partito di appartenenza, e forse anche in questo caso un po’ più di elasticità, una valutazione caso per caso delle realtà locali, poteva essere prevista.

Ci si divide, quindi, non per i valori e gli obiettivi, ma per l’opportunità politica, che poi spesso è quella che si scontra con la coerenza (a cui noi teniamo particolarmente). È il dibattito più antico del mondo: perseguire la coerenza con le proprie convinzioni (che sono diverse per ognuno di noi) e mirare all’atomismo, all’isolamento, oppure cercare il consenso per opportunità sacrificando parte delle proprie convinzioni? È evidente che nel primo caso saremo relegati al ruolo di pura testimonianza, nel secondo faremo esattamente quello che critichiamo all’attuale Governo, al Partito della Nazione, al sistema delle larghe intese. La soluzione sta naturalmente nel mezzo, con buona pace dei Pasdaran.

Gli obiettivi e i valori di riferimento di Possibile sono molto ben definiti e comuni per molti versi a quelli di altre possibileborgo4forze di Sinistra. Possibile ha una struttura orizzontale, è organizzato in Comitati indipendenti che operano sul territorio, e si propone di utilizzare le consultazioni on-line dei tesserati per un costante confronto sulla linea del partito. Un modello che per molti aspetti ricorda quello del M5S, organizzato in meetup (che però sono strutturati su base territoriale), con un contatto diretto col livello nazionale e dotato di una piattaforma informatica per la condivisione di idee e per l’espressione della democrazia partecipata. Una specie di M5S, ma senza Grillo e Casaleggio, e finalmente a Sinistra (come noto il M5S ha un elettorato trasversale e su molti temi propone soluzioni di destra).

Il Partito è modellato sul suo Statuto, approvato pochi giorni fa, agli Stati Generali di Bagnoli e che recentemente è stato sottoposto ad analisi dei soci e ad un tentativo di revisione che non ha avuto successo. E’ stato richiesto di provare ad accorpare i molti emendamenti prodotti dai vari comitati locali in occasione degli Stati Generali, realizzando documenti di sintesi che potessero includerne almeno una parte. Da portavoce ho assistito alla frenesia di quei momenti e al grande impegno che in molti hanno profuso nella causa. Alle decine di mail e alle centinaia di messaggi Whatsup per limare le proposte. Anche in questa fase son venuti fuori alcuni limiti strutturali, a partire dalla mancanza di una struttura intermedia che favorisca la collaborazione dei comitati, di un possibileborgo1processo che facilitasse il compito dei portavoce. Proseguendo con la difficoltà oggettiva ad esprimersi sulle tre proposte emerse, non così davvero alternative l’una dall’altra e in cui (a parte nel caso di una delle tre) non erano evidenziate le differenze con la versione originale dello Statuto. La conseguenza è stato un flop dal punto di vista della partecipazione. Se ci fosse stato chiesto di esprimerci su tutti gli emendamenti allo statuto certamente qualcuno di questi sarebbe passato. In questo modo invece, con l’input da parte dell’organizzazione di accettare solo proposte di sintesi, si è di fatto sancito il fallimento della votazione, e quindi, nonostante i tanti emendamenti interessanti in ballo, si è scelto di mantenere invariato lo statuto precedentemente formulato dalla stessa organizzazione. Son certo che il tutto sia stato fatto in assoluta buona fede, ma resta il fatto che si sia persa la possibilità di migliorare lo Statuto, ovvero la carta che stabilisce le “regole del gioco”. Inoltre la scelta di voler accorpare gli emendamenti ha generato confusione ad un argomento già di per sé complesso. A mio avviso l’approccio migliore poteva essere quello di dare la possibilità a tutti di esprimersi sui possibileborgo2singoli emendamenti (pre-accorpamento). Forse sarebbe stato un processo un po’ più lungo, ma certamente più chiaro e avrebbe risparmiato di perdere tempo a buttar giù proposte che si poteva prevedere non avrebbero raggiunto il quorum. Si sarebbero anche azzerate le polemiche legate agli endorsement dei vertici di Possibile ad una mozione piuttosto che ad un’altra. Un aspetto non meno grave relativo alla gestione di questo passaggio è legato al fatto che c’è chi, pur avendo il diritto di voto on-line, non ha ricevuto le credenziali per l’accesso alla piattaforma e che quindi non è riuscito a farlo. Anche questo non dovrebbe accadere (può essere in parte giustificato solo dal fatto che era la prima volta che si votava on-line) e oltre a screditare lo strumento, pilastro della struttura del nuovo Partito, toglie legittimità alla votazione in questione, di fatto inficiandola (anche questa forma di democrazia partecipativa o si mette tutti in condizione di utilizzarla al meglio, o non è davvero democrazia).

Partecipazione, democrazia dal basso ma per davvero

La democrazia partecipativa è davvero “democratica” se le regole sono chiare e non vi è alcun dubbio sulla neutralità di chi gestisce la piattaforma e organizza le consultazioni. Il meccanismo non può basarsi solo sulla fiducia, ma su regole certe che prevengano la possibilità che si possa con un certo approccio, indirizzare o condizionare l’esito della votazione, rendendo il principio di democrazia partecipativa d fatto una farsa.

Incidere per realizzare le nostre idee

Molti di noi si chiedono come sia possibile dare concretezza alla nostra azione politica e alle nostre idee, come incidere maggiormente nel dibattito nazionale (anche questo è militanza responsabile). L’unico modo per farlo è governare o quantomeno avere i numeri per fare opposizione. La pura testimonianza, l’esistere fine a sé stesso tipico di molti partitelli e movimenti della galassia di Sinistra, serve a poco (link). Certo, ognuno vive la sua militanza nel modo che preferisce e ponendosi gli obiettivi personali più disparati. Ma in politica i numeri e il consenso sono tutto. La sostanza stessa, i temi concreti perdono di significato di fronte alla mancanza di consenso, se poi a combattere le battaglie quotidiane sei da solo.

Come riuscire ad avere i numeri? Come rapportarsi alle macchine da guerra del consenso in modo da non soccombere alle urne? Come farlo confermando la nostra coerenza e continuando a camminare con la schiena dritta? langerboatoÈ un processo lungo e non sarà banale. I nostri rappresentanti ci stanno provando, ma dobbiamo essere più umili, non porci nella discussione come i detentori delle verità assolute e mettere da parte l’impulsività e i passi falsi da protagonismo da web (tipo i post in cui si critica tizio o caio alzando muri poi difficilmente superabili). Dobbiamo abituarci a fare davvero politica in modo totalmente diversa, mettendo da parte ciò che ci divide e lavorando con ciò che ci unisce, facendoci quotidianamente costruttori di ponti piuttosto che chiuderci all’esterno. Alexander Langer l’aveva capito più di 30 anni fa quando diceva che “la logica dei blocchi blocca la logica”, o quando formulava la teoria del “Solve et Coagula” (vedi link). Superare le bandiere e creare schieramenti trasversali sui temi che ci stanno a cuore. È un po’ quello che stiamo provando a fare con il M5S e altri per il reddito di cittadinanza, o con altre forze politiche sul tema dei diritti. È quello che facciamo quotidianamente a Pisa con gli amici di SEL. E’ un approccio di buon senso, un modo per superare le diffidenze reciproche che paralizzano qualsiasi azione concreta quando di cose da fare e da cambiare ce ne sarebbero tante.

Dobbiamo farlo con grande umiltà. Mi piaceva molto il “più gentilezza” che compariva sulla homepage della versione embrionale del sito di Possibile. Di quella gentilezza è rimasto solo il lontano ricordo, anche nel modo di interagire di alcuni di noi. Ci dovremo distinguere dagli altri anche e soprattutto nel recuperare quella pacatezza e quella serenità (quella gentilezza), sempre accompagnati da grande fermezza e competenza, che ci permettono di analizzare le situazioni e di proporre soluzioni con lucidità, piuttosto che aggredendo gli interlocutori, chiunque essi siano.

Bisogna poi provare a fare un passo avanti, un vero e proprio progetto di Governo (se si pensa di poter far tutto da soli siamo fuori strada). Impegnarsi in un progetto comune unitario basato su un programma messo su carta e sottoscritto dalle forze con i quali saremo stati bravi a concentrarci su cosa ci unisce piuttosto che su cosa ci divide, nel rispetto delle nostre storie e dei percorsi personali.

Occorre avere ben chiaro e non perdere mai di vista qual è il nostro target: i tanti delusi della politica, coloro che sono rassegnati e a votare non ci vanno più, quelli che hanno votato PD sperando che facesse qualcosa di sinistra. Come si intercettano queste persone? Con un progetto credibile, facendosi conoscere e apprezzare per l’impegno a partire dal territorio. Con la preparazione e la competenza, la passione di cittadini che fanno politica nell’interesse dei cittadini, per il Bene Comune, in difesa dei più deboli.

Non potremo sfruttare “l’effetto Podemos” ovvero cavalcare il malcontento presente nel Paese, i tanti “mal di pancia” conseguenti le politiche di austerity degli anni passati, l’assenza di una reale politica sociale, di difesa dei più deboli, banchettom5sa causa di una destra e una pseudo-sinistra dai confini sempre meno definiti, attente più ai risultati elettorali che alle politiche concrete, perché è quello su cui ha costruito il proprio successo il M5S. Il fatto di non riuscire a rappresentare questa parte della popolazione, il suo elettorato tradizionale, è stato il più grande fallimento della Sinistra italiana degli ultimi anni. In politica gli scenari cambiano rapidamente e la gente ha scarsa memoria. Pertanto a mio avviso sbaglia chi dice che il MoVimento, con i tanti errori che ha commesso in questi anni, è in calo di consensi, e anzi credo il suo elettorato sia molto fidelizzato. Nonostante tutto, per molti temi, a partire dall’ambiente o in merito a temi economici, ritengo che il M5S debba essere un nostro alleato e che non si possa ridurre o banalizzare la discussione sui limiti del Movimento piuttosto che focalizzarsi sul disagio che esso rappresenta.

Il programma

Quello che mi ha sempre colpito, da elettore, delle tornate alle urne passate erano le modalità di elaborazione dei programmi elettorali, in molti casi dichiarazioni di intenti volutamente generiche e vaghe (come richiesto dagli ampi possibilecorso2schieramenti in campo), realizzate all’ultimo minuto e spesso in modo frettoloso per non dare all’avversario visibilità delle proprie proposte e quindi garantirsi in un certo senso l’esclusività delle stesse. Io penso che sarebbe rivoluzionario iniziare da domani (senza aspettare l’appuntamento alle urne) a scrivere e pubblicare sul web il nostro programma politico e le nostre proposte puntuali sui singoli temi. Coinvolgere in questo processo i più illustri esperti in materia per valutarne la sostenibilità (un programma sostenibile è un programma serio). Il programma dovrebbe essere realizzato per macropunti chiari e divisi per argomenti. Ogni singolo punto dovrebbe essere navigabile per approfondimento e nella relativa sezione dovrebbero essere presenti dati e fonti a supporto. Noi abbiamo chiaro chi siamo e dove vogliamo andare, pertanto non dobbiamo avere paura di fare da subito ciò che non ha mai fatto nessuno.

Fact checking

La politica degli ultimi anni è fatta in gran parte di sfacciata arroganza. Non è chiamata a rispondere in alcun modo al cittadino o alle voci critiche. Non esistono più dati oggettivi, ma la bravura dell’oratore è in grado di trasformare in oro la melma. Noi dobbiamo ribaltare questo approccio dando l’esempio e rispondendo direttamente della nostra azione politica. A livello locale o nazionale i nostri programmi devono mostrare in modo chiaro e immediato gli obiettivi che ci prefiggiamo, e dobbiamo fare di tutto per portarli a termine, nel rispetto del nostro mandato. Anche questa è serietà. Nel bene o nel male dobbiamo rispondere agli elettori delle nostre azioni, smarcando i punti che sono stati portati a termine e spiegando il perché non si siano realizzati i rimanenti.

Trasparenza

La trasparenza dovrebbe essere il principio fondante della nostra azione politica. Non abbiamo niente da nascondere, siamo totalmente autofinanziati (nessun finanziamento pubblico) e non siamo ricattati da alcun grande finanziatore. Tutte le entrate e le uscite del Partito dovrebbero essere dettagliate e messe a disposizione del pubblico sul sito web di Possibile. Trasparenza verso l’esterno, ma anche verso l’interno, ovvero rispetto dei soci, veri finanziatori del Partito, che hanno il diritto di sapere come sono utilizzate le donazioni e le quote sociali, tutte le informazioni su chi svolge un certo tipo di lavoro o funzione nel Partito, tale da legittimarne lo stipendio o il rimborso spese che da esso percepisce. Anche questo sarebbe un modo innovativo ed esemplare di far politica.

La visibilità mediatica

Oggi è fondamentale. Partiamo da un dato di fatto: Possibile non ha endorsers “di peso”, ha una visibilità mediatica molto limitata e deve cercare di farsi conoscere e apprezzare di più.

A livello nazionale è indubbio che i canali che danno maggior visibilità rimangono la televisione e la radio. In ellypochi ci conoscono come “Possibile”. Quasi tutti conoscono Pippo Civati, spesso ospite dei talk show televisivi. Assieme a Pippo dovremmo provare a guadagnare più spazio con altri nostri rappresentanti istituzionali (tipo Elly Schlein, Beatrice Brignone, Luca Pastorino ecc..). Certo, questa non sarà mai e mai dovrà essere la nostra dimensione naturale, ma è importante che, nel tempo, il logo di Possibile sia associato ai tanti rappresentanti in gamba che abbiamo, piuttosto che solo alla figura dell’ottimo Pippo. Per lo stesso motivo vedrei come atto di autolesionismo in un percorso di questo tipo, una possibile candidatura di Pippo a segretario del Partito.

A livello locale la situazione è per noi più complicata. Ti viene dato spazio se sei un rappresentante delle istituzioni, possibilegattiovvero se sei “già dentro”, oppure se sei un portavoce cittadino, provinciale o regionale di un Partito, ovvero se sei formalmente riconosciuto come rappresentante di un certo Partito sul territorio. Chi scrive un pezzo chiedendone la pubblicazione a n testate riceve un feedback proporzionale alle dimensioni del gruppo che rappresenta e a quanto questo sia già conosciuto sul territorio. Se un coordinatore comunale di un qualsiasi altro partito fa una dichiarazione ai giornali con buona probabilità la stessa sarà pubblicata. Al coordinatore di comitato di Possibile, composto in media da 15/20 membri (pochi dei quali davvero attivi) non viene concesso spazio, anche se organizza un evento di rilievo. La nostra attuale organizzazione che non prevede organi intermedi, e quindi il formale riconoscimento da parte del Partito di essere portavoce di un gruppo che rappresenti il territorio a livello di Comune, Provincia o Regione, porta alla inevitabile invisibilità mediatica a livello locale. È questo è certamente un elemento che ci penalizza.

I social network

Possibile è molto presente sui social network (molti dei miei contatti ci conoscono solo per i post che condivido su Facebook), ma dobbiamo stare molto attenti all’uso che si fa del mezzo. I problemi interni e le polemiche non possono e non devono diventare casi di Stato sul web. Pena la perdita totale della credibilità del Partito. Della serie “già siete tre gatti, poi passate la vita a litigare, tirando fuori il peggio di voi, peraltro agli occhi di tutti, sul web”. Questo dovrebbe essere il modo di convincere i tanti delusi della Politica? E’ questa l’alternativa alla Ditta bersaniana? Un po’ tutti noi militanti, ma in modo particolare i responsabili dell’organizzazione dovrebbero mantenere un profilo più alto e non cadere nelle provocazioni o non alimentarle in alcun modo con post istintivi. Cerchiamo piuttosto di provare a creare occasioni in cui eventuali questioni possano essere affrontate faccia a faccia dai diretti interessati.

Struttura efficiente, struttura credibile

Una parte importante ai fini della credibilità del progetto è data dall’organizzazione del partito. Un partito organizzato è un partito efficiente e che quindi raggiunge gli obiettivi che si prefigge, e per questo guadagna credibilità. Ogni obiettivo raggiunto fa guadagnare punti. Se l’obiettivo non si raggiunge i punti si perdono. Per questo ritengo che questa sia probabilmente la sezione più critica della mia analisi, quella che dovrebbe essere ancora più delle altre oggetto di confronto e riflessione del gruppo.

L’attuale struttura del Partito prevede comitati che operano anche sulla medesima area geografica. Ogni comitato ha libertà di operare e di fare politica come meglio crede, in modo totalmente autonomo ed indipendente. Ma se vogliamo che la politica sul territorio sia davvero efficace è fondamentale che i comitati si coordino perfettamente e condividano un percorso comune. E questo non è sempre scontato vista la totale assenza di organi intermedi (di quella struttura di coordinamento del Partito che costituisce poi l’ossatura dei Partiti tradizionali). Il coordinamento operativo è demandato alla proattività e alla buona volontà dei portavoce, nei ritagli di tempo tra il lavoro e la famiglia, quando in realtà più strutturate i coordinatori fanno questo di lavoro, dal mattino alla sera, stipendiati dal Partito. Non dobbiamo naturalmente ispirarci a quei modelli dai quali banchettocerchiamo di distinguerci, ma occorre capire bene cosa manca nel nostro. E ritengo che sia una lacuna basilare perché si possa operare al meglio. Finché si tratta di organizzare un evento insieme o di coordinarci per una campagna del Partito nessun problema. Ma cosa accade, ad esempio, in occasione delle amministrative comunali, o regionali (che peraltro sono alle porte)? Chi prende le decisioni? Nel migliore dei casi immagino che emergeranno naturalmente delle figure dai comitati che saranno poi sottoposte al voto degli iscritti (su base comunale o regionale), sempre che sia prevista questa eventualità (e francamente non so quanto la cosa potrà essere gestibile/sostenibile visto il numero di comuni che potrebbero essere coinvolti in questa fase che saturerebbero letteralmente le nostre poche risorse che gestiscono centralmente la piattaforma). Chi decide sul se o meno appoggiare una candidatura di un soggetto che condivide i nostri stessi valori su un comune dove non siamo coperti da alcun comitato? (a Pisa ci stiamo chiedendo come comportarci per il comune di Cascina per esempio). Il comitato del comune vicino (nel nostro caso Pisa)? Chi si assume l’onere di tessere quella rete di rapporti, che poi ti consentono di avere successo alle urne (e quindi dare la concretezza alla tua azione politica)? Penso che questo sia, al momento, il problema più serio e urgente da gestire, quantomeno da chiarire.

Al termine di questa analisi mi auguro che questa possa essere oggetto di sereno e costruttivo confronto e –perché no- di crescita per il gruppo giovane, ma certamente ricettivo, entusiasta e ricco di energie. Molti di noi sono alla prima avventura in politica, per altri, come me, è la prima volta con una tessera in tasca. Come già ricordato nell’introduzione può darsi che in alcuni passaggi non si tenga conto di aspetti basilari che hanno poi comportato scelte in questa sede criticate. Mi scuso in anticipo di eventuali errori di valutazione, ma si tratta pur sempre di una visione soggettiva, il mondo Possibile visto dagli occhi di un cittadino comune e militante politico. Ritengo che un dibattito aperto e responsabile in merito alle questioni, soprattutto su temi basilari come quelli oggetti del presente post, sia da preferirsi al non detto (o al detto a mezza bocca), che poi inevitabilmente degenera in rapporti conflittuali e in rivalse personali. Colgo l’occasione per augurare a chi leggerà queste righe il meglio per questo anno appena iniziato. C’è un grande bisogno di una politica seria e credibile. Io credo che anche questo sia possibile.

Pubblicato da: giuliolaforenza | novembre 10, 2015

In ricordo di Alexander Langer – Costruttore di ponti –

Esattamente vent’anni fa ci lasciava Alexander Langer, figura politica sconosciuta ai più, in particolare a quelli della mia generazione e di quelle successive, che nel migliore dei casi vent’anni fa erano all’inizio dell’adolescenza.

Andando a scoprire il profilo di Langer, a rileggere i suoi tanti scritti, entrando in punta di piedi nel suo mondo, si rimane colpiti dall’attualità degli stessi, dallo spessore dell’analisi, e dalla lucidità di una visione chiara e lungimirante della realtà, della politica e del suo impatto sociale. Tutta la vita di Alexander fu vissuta in coerenza con questa visione.

Europeo, Italiano (di madrelingua tedesca), Sudtirolese di Vipiteno. Ecologista, pacifista, tra i fondatori di Lotta Continua e dei Verdi (che rappresenterà per 2 volte al Parlamento Europeo).

Cresce in una famiglia aperta, tollerante e laica (suo padre era ebreo di origine viennese rifugiatosi a Firenze durante le persecuzioni razziali, sua madre cattolica entrambi non particolarmente religiosi), durante gli studi scopre la dirompenza rivoluzionaria del Vangelo. Ha una formazione francescana che incide profondamente nella sua maturazione adolescenziale e giovanile. Negli anni ’60 scrive per molte riviste di impostazione cattolica. Scrive di come sia importante vivere le questioni piuttosto che parlarne soltanto. Di quanto sia importante dare l’esempio per essere davvero credibili (Cristo non chiede buone maniere o bigotteria, ma azione e decisione).

Uomo di confine, uomo senza patria e con molte patrie. Viaggiatore instancabile, al servizio del suo Paese, dell’Europa, del mondo. Si spende per conoscere persone, nuove realtà. Tutta la sua vita la dedica a “costruire ponti”, unire popoli, creare la pace e sviluppare il confronto. Nel ruolo di “portatore di speranza”.

Langer fa –di fatto- della politica tutta la sua vita.

Si impegna per la convivenza interetnica tra le popolazioni del Sudtirolo, terra divisa anche dal punto di vista linguistico. Scrive sia in italiano (rivolgendosi ai suoi amici di lingua italiana) che in tedesco (rivolgendosi a quelli di lingua tedesca) alexander_langer-e1274890033343sull’importanza di capirsi, di superare le diffidenze e i pregiudizi, e comprendersi reciprocamente. Comprendere le posizioni dell’altro come base della convivenza. In quegli anni diventa obbligatorio specificare la propria appartenenza ad uno specifico gruppo etnico (o italiani o tedeschi o ladini). Per Langer questa norma è una vera e propria schedatura etnica, un qualcosa che divide anziché unire. Per questo si rifiuta di dichiarare la propria appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro, definendosi piuttosto ‘obiettore etnico’ (sulla base di questo cavillo tecnico la sua candidatura a Sindaco di Bolzano verrà in seguito rifiutata).

Nel ’68 si laurea in Giurisprudenza a pieni voti a Firenze (nel ‘72 conseguirà la laurea in sociologia a Trento), seguendo tra l’altro, le lezioni di diritto romano di Giorgio La Pira, che poi diventerà suo amico oltre che punto di riferimento. Conosce personalmente e apprezza Don Milani e la sua scuola di Barbiana, ma si rifiuta di abbandonare gli studi universitari per dedicarsi ai ragazzi come richiesto dal prete. Frequenta don Mazzi e la Comunità dell’Isolotto, la comunità cattolica, e contemporaneamente quella laica e “azionista”.

Dopo la fine del servizio militare, nel 1973, l’attivismo politico di Langer lo porta lontano dal Sudtirolo per circa cinque anni. In questo periodo Alexander realizza a pieno il proprio ruolo di ponte e traduttore. Ponte è chi congiunge le rive di un fiume immaginario che divide culture diverse, permettendo che gli abitanti delle due sponde si incontrino. Traduttore è quella persona che si mette a metà strada tra le due rive e si adopera affinché gli appartenenti ai due gruppi culturali possano capirsi e scambiarsi informazioni, cultura, esperienza e conoscenze. In definitiva: due facce della stessa medaglia. In quelli anni diventa sempre più ricco, più fitto e più variegato il reticolo di rapporti, di scambi, di ponti. Langer afferma:

Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”.

La sua carriera politica è fatta di coerenza e trasparenza (già al tempo, pubblicava su un Internet agli albori, il resoconto minuzioso del suo stipendio di Parlamentare e i rimborsi spese delle diarie). Di una continua ricerca di giustizia e libertà. Di amore.

Nella sua esperienza in Lotta continua, alla fine degli anni ’70, cerca sempre di far prevalere la logica della non violenza, in un movimento lacerato dalle sue due anime, nel quale l’anima creativa e pacifista si scontrava con quella che teorizzava (e praticava) la violenza politica.

E’ tra i fondatori dei Verdi italiani. Si impegna per la tutela dell’ambiente, per il contrasto ai cambiamenti climatici e la conversione ecologica/ambientale dell’economia. Sostiene che solo un cambio radicale del nostro paradigma economico può salvare il Pianeta. Langer fa notare che l’equilibrio tra l’uomo e la natura oggi è violato per ragioni di mercato e che “la scelta che si pone è quella del tipo di modello di sviluppo, uno di lunga durata in cui tutti si accontentano di un po’ di meno, e di uno sviluppo drogato in cui aumentano le distanze sociali”. Tra le battaglie di Langer in campo ambientalista si ricordano quella contro il Nucleare, contro il disboscamento dell’Amazzonia brasiliana.

Entra nel Parlamento Europeo nel 1989, proprio nel mezzo di un cambiamento epocale. Il Muro di Berlino sta cadendo e con lui il paradigma dei due mondi (quello dell’Est, e quello dell’Ovest). Finisce la guerra fredda. Langer crede fermamente nel progetto Europeo e ha un’idea dell’Europa adeguata ai cambiamenti epocali che in quel momento si stanno producendo. E’ uno dei pochi che intuiscono subito che la caduta del muro potrebbe avere delle ripercussioni sugli equilibri generali, che sia concreta la possibilità che si arrivi di lì a breve a situazioni conflittuali per l’affermarsi dei Nazionalismi. Questo atteggiamento era in contrasto con l’opinione comune che vedeva nella caduta del muro solo pace, benessere, democrazia e prosperità per tutti. Langer intuisce la necessità di nuove forme di Governo per garantire la pace al dissolvimento dei vecchi regimi.

Si distingue anche nelle sue battaglie all’interno del Movimento Pacifista. Sostiene che costruire la pace non vuol dire starsene in pace. E’ contro l’uso indistinto delle armi nella risoluzione dei conflitti e ritiene che le guerre non si risolvano schierandosi da una parte o dall’altra, ma cercando di capire i motivi di fondo che la originano, stimolando il confronto e il dialogo. Promuove ostinatamente un modello di mondo fatto di pace e collaborazione tra i popoli. Il suo non è mai però un approccio astratto/ideologico, ma pratico, concreto, calato nella realtà.

Da europeista convinto, Langer solleva (più di vent’anni fa!) delle questioni ancora oggi irrisolte sul progetto europeo, la necessità di un ordinamento giuridico (ma anche fiscale e sociale) comune e la struttura che lo stesso progetto sta assumendo:

«stiamo costruendo un’Europa di spostati e velocizzati, dove si smistano sempre più merci, persone, pacchetti azionari, ma si vuotano di vivibilità le città e le regioni».

L’Europa deve essere una potenza politica oltre che economica.

Quando esplode il conflitto nei Balcani, Langer è tra i primi a capire che l’Europa non può stare a guardare, e a chiedere che proprio l’Europa svolga un ruolo politico per la risoluzione del conflitto. Il 6 aprile 1992 scoppia la mattanza jugoslava con l’assedio da parte delle truppe serbo bosniache alla città di Sarajevo, fino ad allora simbolo alexanderlangerdella convivenza etnica e religiosa. Langer afferma “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. E’ tra i primi a rendersi conto dei rischi concreti di una degenerazione del conflitto e dell’inefficacia della sola presenza caschi blu del ONU, osservatori neutrali del conflitto. Secondo Langer, realista, vero costruttore di Pace piuttosto che pacifista idealista, occorre un intervento armato mirato per fermare l’aggressione, proteggere le vittime e punire i colpevoli. Nel 1995, a seguito del massacro di Tuzla e dell’appello scrittogli dal sindaco della città amico suo, si reca a Cannes per convincere i governanti europei sulla necessità di questa azione, e lo stesso Chirac che qualche giorno prima aveva completato un test nucleare su un atollo della Polinesia, gli dà del guerrafondaio. Il suo appello alla comunità internazionale sarà inascoltato (o meglio l’intervento militare avverrà solo dopo la morte di Alexander, e a seguito del genocidio di Srebrenica).

Sono tante le amarezze e le sconfitte che questo eroe dei nostri tempi si trova ad affrontare nella sua attività politica. Le sue parole, la sua visione così umilmente profetica, vengono troppo spesso ignorate durante la sua vita, per diventare un faro nella notte per tutti noi al momento della sua prematura scomparsa.

Alexander Langer è un uomo sensibile, uno di quelli che sanno ascoltare gli altri, che sanno analizzare le situazioni in profondità, uno che dice le cose come le pensa, con quel modo gentile, pacato e mai urlato, ma allo stesso tempo con fermezza, senza paura di risultare impopolare o di scontentare anche la sua stessa parte. E’ un osservatore analitico ed indipendente della realtà nella sua complessità. Un uomo che lotta per tutto ciò che ritiene essere giusto, e che ha come parola d’ordine quella di superare gli steccati ideologici, le classificazioni, l’identitarismo sterile.

Per questa sua natura indipendente, questo non voler rientrare negli schemi e anzi volerli rompere, Langer è spesso criticato da molti dei suoi, e spesso vittima di “fuoco amico”. Come quando Il 1 dicembre 1984, introducendo a Firenze l’assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, afferma che gli ecologisti “non sono né di destra né di sinistra”. (link)

Oggi la crisi, anzi la mancanza di ogni grande progetto a sinistra e la perdita pressochè completa di legittimazione dell’utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del “capitalismo realizzato” può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali della sinistra.

[…]

All’interno della sinistra assai spesso si ragiona, in fondo, con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, infondo intende fare il gioco di qualcuno (“dell’altro blocco”, a seconda del punto di vista). Ma il voler pensare tutta la realtà in termini di blocchi finisce per bloccare la stessa possibilità di pensare. Ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive.”

In un contesto, quello della Sinistra italiana, nel quale l’identitarismo e l’attaccamento alle formule e ai “colori”, il ricordo nostalgico di un passato che non si è neanche in molti casi mai vissuto, è quasi maniacale, un personaggio del genere può risultare per molti aspetti scomodo.

Alcuni suoi compagni meno lungimiranti o illuminati (sia nel movimento sudtirolese per la sua battaglia per un gruppo politico multietnico, sia tra le file di Lotta Continua o dei Verdi) lo definiscono traditore, per il rifiuto del sottostare a questo identitarismo spinto. Langer rivendica il suo ruolo dei “traditori” (piuttosto che dei transfughi, o disertori) (link) e crede nella necessità/priorità di costruire ponti con l’altro, con chi ha idee diverse dalla propria, tradendo – senza mai abbandonarla, dimenticarla o negarla – la propria appartenenza, per condividerne una più grande e più universale.  “La logica dei blocchi blocca la logica”, dice Langer. Tradendo si costruisce un futuro diverso rispetto ad un presente caratterizzato da idee ed entità monolitiche e contrapposte. Il “tradimento” in politica è pericoloso, ti fa perdere consensi e mette in crisi la propria appartenenza identitaria ed ideologica. Ma Langer mette davanti a tutto lo spirito critico, l’indipendenza, la libertà di scelta, l’apertura mentale e la curiosità al cambiamento.

La figura di Langer, oggi più che mai, manca ad una Sinistra che non riesce a trovare una sintesi alle sue tante anime. Scrive Langer (link) :

[…] per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune (non necessariamente in un partito comune!), bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. “Solve et coagula“, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali.

[…] Non servirebbe, certo, un puro cambio di nome della seconda forza politica italiana, per poi magari ricadere nella ricerca di alleati-satelliti, come troppe volte le esperienze di sinistra unitaria, indipendente o simili denominazioni sono state. Molto utile, viceversa, mi sembrerebbe quel contributo alla laicizzazione della politica italiana che oggi nel PCI coraggiosamente si dibatte: fare, cioè, della competizione politica ed elettorale non principalmente un momento di affermazione di identità, quasi di professione di fede, ma piuttosto vedervi un’impresa politica, con obiettivi precisi in tempi definiti. E con la consapevolezza che fa molto bene avere davanti a sè anche un orizzonte ideale ed una prospettiva di più ampio respiro, ma che l’auto-proiezione di una chiesa o setta ideologica serve a ben poco nella costruzione della politica possibile.

Dissolvere le rigidità e gli spiriti di bandiera quindi. E quindi costruire ponti.

Langer, trascorre tutta la sua vita a “costruire ponti” tra le culture diverse, a parlare con tutti, ad analizzare, confrontarsi, approfondire. Non vuole fare il “militante di professione”, ma cerca di fare di tutto per mantenere un rapporto diretto con le persone, con il lavoro (quello di insegnante nelle scuole superiori, di giornalista, del traduttore e dell’interprete), con la realtà concreta. E’ un viaggiatore leggero, e invita a rinunciare alle zavorre della materialità dell’eccesso, del troppo. L’importanza di superare ogni ideologia, di ricostruire la politica intorno ai temi ambientali, rivedere le categorie politiche è centrale in tutta la sua azione politica.

Langer è convinto che non ci può essere un cambiamento sociale senza un vero cambiamento interiore, del nostro stile di vita. Sostiene che la nostra civiltà si basa sulle tre parole del motto olimpico di De Cubertin (Citius!, Altius!, Fortius!) e che in realtà occorrerebbe capovolgere il paradigma in “Lentius, profondius, suavius” (link), (più lenti, più in profondità e più dolcemente).

Alexander Langer è un uomo libero e a cui non piacciono gli schemi definitivi. Gli piace sapere di aver sempre un “piano B”, la consapevolezza di essere liberi di cambiare, come quando scrive:

Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con nessuno di essi al punto di assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare.”

Ha però anche un grande rispetto per il proprio lavoro e un grande senso di responsabilità, che lo portano a rimandare sempre il desiderio più volte espresso ai suoi collaboratori di ritirarsi dalla scena politica.

Non riuscirà a trovare un “piano B” il 3 luglio 1995, poco dopo l’esclusione dalla corsa a Sindaco a Bolzano, poco prima del genocidio di Srebrenica, il giorno in cui decide di andarsene impiccandosi ad un albicocco a Pian de’Giullari, nelle colline di Firenze. Il suo ultimo messaggio recita “non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

20 anni son passati. In mano nostra il testimone. Grazie Alex.

Pubblicato da: giuliolaforenza | settembre 1, 2015

Scindetevi e moltiplicatevi. L’autolesionismo della Sinistra italiana.

Dalla nascita dell’uovo (o della gallina), la Sinistra italiana si interroga sul “chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando”. Riguardo a questo tema sono state organizzate conferenze, scritti saggi e articoli. Ma l’analisi CorradoGuzzantiFaustoBertinottipiù simpatica la fa Corrado Guzzanti nella sua spassosa parodia di Fausto Bertinotti, ormai risalente a diversi anni fa, ma sempre di grande attualità (per vedere il video completo clicca qui).

Oggi i grandi animali non fanno più paura a nessuno. Il grande leone della savana che un tempo terrorizzava l’uomo oggi ci guarda dietro le sbarre di un giardino zoologico. Di cosa abbiamo paura? Dei virus, microorganismi che non riusciamo neanche a vedere. Allora noi dobbiamo continuare a scinderci sempre di più e creare migliaia di microscopici partiti comunisti indistinguibili l’uno dall’altro, che cambiano continuamente nome e forma. E attaccare la destra come gli insetti. Un giorno questi grandi e grossi partiti del bipolarismo finiranno divorandosi da soli. Come i dinosauri, che poi si sono estinti lasciando eredi della Terra i piccoli roditori, che finalmente poterono uscire dalle loro tane e dare inizio ad una straordinaria era sociale.

Capovolgendo il pensiero buonista del partito democratico che dice di essere uniti anche nella diversità noi invece diciamo “dividiamoci anche se la pensiamo tutto sommato allo stesso modo”. E anzi personalmente vorrei aggiungere, proprio quando c’è un’eccessiva coincidenza di opinioni sulle forme, sullo stato sociale, eccetera, è venuto il momento di separarsi. Troppo facile farlo quando c’è un diverbio vero. Quindi io dico: scindetevi e moltiplicatevi. Microorganismi politici neanche rilevabili dall’elettorato, la Sinistra deve tornare ad essere un mistero. Sei tu che devi cercarla ma sparisce continuamente. E poi magari un giorno fra 100 anni, dopo vari colpi di stato, una guerra nucleare, un mondo ridotto in macerie, la Sinistra ritornerà e dirà “mi ha cercato qualcuno”?

Perché, dalla notte dei tempi, la Sinistra italiana ha questa tendenza innata a separarsi piuttosto che a legarsi in progetti organici per perseguire degli obiettivi politici condivisi? Perché oggi, nel 2015, in molti (in troppi) continuano ad agire nella convinzione che la vera competizione sia interna, tra chi è più “puro” ovvero più di Sinistra, piuttosto che con chi propone una visione del mondo e una prospettiva politica radicalmente opposti (l’approccio ritenuto “di Sinistra” va a difesa sempre e comunque dei più deboli della società, tutela dell’ambiente e dei diritti, pacifismo, per citarne alcuni)? E soprattutto quanto tutto questo “confronto interno” interessa o coinvolge i cittadini?

Riguardo all’ultima domanda mi sento di poter rispondere con certezza: poco o niente (e questo mi fa pensare che il presente post sarà letto principalmente da un pubblico di soli “eroici onanisti”). I cittadini, in particolare quelli che si identificano nei valori di Sinistra, ma in generale chiunque creda nel principio della democrazia, vogliono una Sinistra unita, con un ruolo efficace in Parlamento e nelle amministrazioni locali. Una Sinistra che vigili sull’operato della destra, e che sia in grado di governare senza tradire i suoi stessi principi o valori di riferimento.

Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo.. ma non avevamo capito che è dura farlo da soli, non sostenendoci apertamente nelle battaglie quotidiane. Non avevamo capito che è dura farlo se non ponendosi tutti in una dimensione più umile, lasciando da parte, se necessario, un po’ del proprio per metterlo al servizio di un qualcosa di più grande. Non avevamo capito che le dichiarazioni sui giornali, piuttosto che le pretese avanzate nei confronti degli altri dai nostri blog, le dichiarazioni imperative o addirittura aggressive sulle nostre pagine Facebook, dividono. Che le polemiche creano rancori, anche quelle portate avanti nei botta e risposta del web. Che invece per costruire bisogna incontrarsi, guardarsi negli occhi, parlare, confrontarsi faccia a faccia sulle questioni, tessere pazientemente e con moderazione e saggezza. Che alla base di tutto deve esserci sempre il rispetto dell’altro e della sua storia.

Ho difficoltà a comprendere (intendendo per “comprensione” anche la sua accezione di “giustificare, scusare”) le motivazioni che spingano le tante forze della Sinistra, che condividono valori di riferimento molto simili, a dividersi sempre più piuttosto che legarsi in un progetto unitario. Sono convinto che le tante esperienze personali, i percorsi di vita, sebbene diversi, siano in realtà fonte di arricchimento e punto di forza di un progetto unitario. In maniera quasi naturale tendo a credere che intorno ai temi concreti si possa convergere e che i nostri sforzi dovrebbero essere rivolti nel creare un fronte di azione comune per combattere insieme le tante battaglie di civiltà che ci legano. Che le strategie e le vecchie logiche elettorali siano un qualcosa di secondario rispetto ai principi, ai valori di riferimento, alla sostanza delle cose. Se non continuassi ad avere questa convinzione probabilmente mi dedicherei ad altro.

La Sinistra, oggi in Italia, è costituita da un arcipelago di isolette nell’Oceano, da tante realtà politiche attive, la cui azione è di fatto poco consistente o incisiva. Così, a memoria, cito SEL, Possibile, il partito “ad personam” di Fassina e quello di Landini, Rifondazione Comunista, Un’Altra Europa con Tsipras, poi ci sono i fan italiani di Podemos, nella mia Toscana il progetto “SI-Toscana a Sinistra, e la lista è ancora lunga. Leggendo i programmi politici della maggior parte di questi Partiti o movimenti mi trovo a condividerli totalmente o quasi. Allora cos’è che non funziona? Cosa ci impedisce di costruire un’unica casa comune per i temi a noi cari?

Si parla di realizzare un ambizioso progetto di Governo, un progetto da “doppia cifra” alle urne. Di tornare a incidere. Di puntare ai tanti delusi della politica. Di opporsi con forza, e con un progetto alternativo, organico e credibile, alla logica delle larghe intese. Poi però ognuno rivendica la proprietà esclusiva della propria isoletta, del proprio elettorato, il vero tesoro da salvaguardare, alla faccia di tutto il resto. Ma anch’esso inesorabilmente si sgretola giorno dopo giorno, ora dopo ora, dichiarazione dopo dichiarazione, andando a nutrire le ampie schiere di quelli che non credono più nella politica. In molti stanno meditando seriamente di dedicarsi ad altro piuttosto che investire il proprio tempo ad assistere alla continua costruzione di muri.

Per questo, sebbene l’azione di ognuna di noi sia rivolta ogni giorno ad una qualche battaglia reale, non possiamo non porci in parallelo e da subito il problema dell’efficacia della nostra azione politica, della convergenza, e quindi della costruzione della casa unica della Sinistra italiana. Oggi abbiamo l’ennesima possibilità di dimostrare ai cittadini che siamo credibili, ed affidabili. Che l’alternativa siamo noi. Che sappiamo buttare giù una “lista della spesa” che ci guidi come un faro nella notte, e soprattutto che leghi coerentemente la nostra azione politica rendendola efficace, e quindi credibile. Una lista da spuntare con orgoglio, man mano che le nostre battaglie comuni saranno vinte. Che i nostri obiettivi politici saranno raggiunti.

E quale occasione migliore di cominciare a farlo da subito. A partire dalla battaglia dei “Referendum Possibili”. I temi proposti sono condivisi in maniera ufficiosa praticamente da tutti. Anche il mondo dell’associazionismo è sostanzialmente in accordo con le molte criticità evidenziate dagli otto quesiti referendari posti da Possibile sui temi della scuola, democrazia, ambiente e lavoro. Tutti temi centrali nella vita dei cittadini, per i quali sarebbe necessario un fronte unico di azione e soprattutto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, in un’epoca in cui le riforme ci vengono sempre più imposte dall’alto, e il cittadino è sempre meno consapevole dei tecnicismi (e quindi delle criticità delle stesse), salvo poi naturalmente lamentarsene a posteriori.

Tutti d’accordo, ma se poi vai a vedere, in pochi si adoperano in prima persona per l’obiettivo comune. Perché accade questo? Perché ognuno dei tanti movimenti, per sopravvivere, ha bisogno di mettere la propria bandierina sulle iniziative politiche che sostiene ufficialmente. Nessuna forza della sinistra, nessun leader, è esente da responsabilità in tal senso. Non ci si accorge che questo approccio autolesionista è il vero cancro della Sinistra, che ne decreta la sconfitta a priori. Appoggiare un’iniziativa politica intelligente e condivisibile nel merito, attivarsi per sostenerla lo stesso, sebbene la stessa sia proposta da qualcun altro, è l’unica strada percorribile se si vuole essere credibili. La convergenza politica della sinistra deve tornare ad essere sulle questioni sostanziali, su temi concreti prima che su questioni strategiche.

La situazione a livello nazionale naturalmente si ripercuote direttamente anche a livello locale. A Pisa siamo fortunati ad avere molte realtà politiche interessanti alternative al monolite PD e sulle cui spalle grava il delicato compito di vigilare sull’operato della maggioranza. Occorre però più ambizione da parte di tutti. Mettersi insieme e iniziare un percorso comune per essere noi stessi, un giorno, la maggioranza. In consiglio comunale c’è una buona sintonia tra i vari attori coinvolti (SEL, Possibile, Una città in comune-PRC). L’auspicio è che la collaborazione possa partire da subito, dai banchetti che anche questa stessa settimana abbiamo organizzato. E di organizzarne altri insieme. Di creare un fronte comune per restituire la sovranità ai cittadini e provare a contrastare le attuali politiche volte a aumentare le disuguaglianze.

Un punto deve essere chiaro a tutti. Gli obiettivi politici si raggiungono solo se siamo in tanti a crederci. Se non si porta avanti con convinzione e da subito il progetto di una Sinistra unica (e convintamente unita) si rischia di perdere l’ennesima opportunità di restituire voce a molti. Si rischia di presentarsi ai cittadini come tante piccole armate Brancaleone, dal ragionevole obiettivo di continuare a galleggiare. Di giocare all’eterno ruolo di minoranza critica autoreferenziale. E’ già accaduto in passato. Certo il mondo continuerà a girare lo stesso, verranno scritti nuovi libri e si faranno nuove parodie dei leader di oggi, che ci faranno sorridere amaramente.

Pubblicato da: giuliolaforenza | agosto 17, 2015

Referendum “possibili”. Il cittadino torna protagonista

In queste ore migliaia di attivisti di “Possibile” stanno organizzando banchetti di raccolta firme in tutta Italia, per abrogare mediante Referendum, i punti ritenuti più controversi della riforma elettorale (Italicum), della scuola (La Buona Scuola), del lavoro (jobsAct) e del cosiddetto “SbloccaItalia”. L’obiettivo è quello di raccogliere 500.000 firme entro il 30 settembre, in modo da poter, in caso di successo, effettuare i referendum entro il 2016. Come previsto, sui media si parla poco o nulla di queste iniziative, dietro alle quali c’è prima di tutto la volontà da parte di liberi cittadini di tornare ad essere protagonisti delle scelte che sempre più sono prese da (pochi) altri, scelte che poi impattano pesantemente sulla vita di ognuno di noi.

Il confronto politico è fondamentale in un contesto democratico. Chi governa il nostro Paese oggi lo fa senza confrontarsi con i cittadini. Il confronto é pressoché azzerato anche con le opposizioni o con la base del principale partito di maggioranza. Le FB_IMG_1439815662017minoranze, le tante voci critiche non vengono sistematicamente ascoltate. Piuttosto ci si preoccupa di mortificarle, offenderle, irriderle. Si opera con arroganza, con superbia, procedendo tra slogan e inglesismi vari (ovvero fumo negli occhi). Non occorre essere dei politici o degli addetti ai lavori per capire che questo modo di procedere è molto pericoloso.

Il pericolo poi diventa concreto se si entra nel merito delle riforme realizzate dal Governo, studiandole ed analizzandole in maniera puntuale. Arrivando a constatare che la sostanza è ben diversa da come viene presentata/raccontata ai cittadini, mediante il solito canale comunicativo unidirezionale, un format che ha come unico scopo quello di “venderci” un pacchetto, enfatizzandone solo gli aspetti che si ritengono positivi. Anche per questo è fondamentale confrontarsi e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze che le criticità evidenziate dai quesiti referendari proposti possono avere sulle nostre esistenze.

Il Referendum di per sé è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsti dalla nostra Costituzione, grazie al quale il cittadino può esprimersi direttamente e in modo inequivocabile su uno o più temi di interesse comune. Proporre dei quesiti referendari in un periodo dominato dall’astensionismo alle urne e dal cosiddetto “voto di protesta”, entrambi sinonimi di una mancanza di rappresentanza di buona parte dell’elettorato (quasi un italiano su due non va a votare), e di una disaffezione verso la politica, e farlo peraltro nei mesi estivi (!!), è certamente una sfida ambiziosa, ma vuol dire provare a restituire dignità al nostro sistema democratico.

In un sistema “sano” la maggior parte dei cittadini rivendica il proprio diritto di voto esprimendosi a favore di un certo modello di mondo piuttosto che di un altro. Oggi purtroppo la proposta politica dei principali partiti di destra e sedicenti di sinistra è più o meno la stessa. L’astensionismo è la conseguenza diretta dello schema delle larghe intese.

Il principio secondo cui occorre restituire dignità al nostro sistema democratico rimettendo al centro il cittadino vale oggi più che mai. Se ci voltiamo indietro non possiamo non pensare infatti al nostro recente passato. Dal 2011, ovvero dalla fine della cosiddetta “era Berlusconi”, abbiamo assistito ad un’anomalia politica/istituzionale dopo l’altra.

A partire dal Governo Monti, imposto dal Presidente Napolitano, quindi non legittimato dal voto degli italiani, sebbene sostenuto dalla quasi totalità delle forze politiche in Parlamento, che ha sottoposto il nostro Paese a misure economiche recessive, politiche di austerity, tagli in tutti i settori pubblici, per sfuggire allo spauracchio dello “spread” e della “crisi del debito”. Tutte misure di destra che hanno contribuito ad aumentare le diseguaglianze. La sovranità popolare sospesa a tempo indeterminato a colpi di riforme ritenute necessarie da banchieri e tecnocrati, al grido di “ce lo chiede l’Europa”.

Allo stallo politico conseguente le elezioni politiche del 2013. Complice un sistema elettorale perverso (il “Porcellum”), nessuna delle forze in campo è completamente legittimata dal voto popolare a governare il Paese. Situazione drammatica che porta all’imposizione “dall’alto” di un nuovo Governo delle larghe intese, questa volta presieduto da Enrico Letta. Il Governo Letta avrebbe dovuto con priorità assoluta modificare la legge elettorale (nel frattempo giudicata incostituzionale dalla Consulta) per restituire ai cittadini un sistema elettorale che consentisse di governare il Paese, e quindi di superare le larghe intese, ma si ricorda principalmente per l’immobilismo che, in un anno dominato dalla campagna per le primarie del Partito Democratico, ha creato di fatto le basi per l’ascesa politica di Matteo Renzi.

Al Governo Renzi, anch’esso fin ad oggi non legittimato da alcun voto popolare (le elezioni europee e amministrative non sono elezioni politiche nazionali, come non lo sono le primarie di un Partito). Renzi, forte della vittoria alle primarie per la segreteria del PD, ha fatto cadere Letta prendendone il posto. E il Partito Democratico ha tradito il suo elettorato appoggiando manovre in netto contrasto col programma politico per il quale i suoi stessi parlamentari, nel 2013, sono stati eletti (era il Programma di Bersani).

Risulta evidente quindi, che dal 2011 la volontà popolare espressa democraticamente col voto dei cittadini, per le anomalie sopraelencate, non è rispettata. Il che vuol dire che il Parlamento da circa 4 anni sta operando senza essere completamente legittimato dai cittadini stessi.

Firmare per i referendum, e farlo anche indipendentemente da come la si pensa riguardo gli specifici temi posti da Possibile, è un modo per sostenere e rafforzare il nostro sistema democratico. E’ un modo per metterci la faccia, per poter tornare ad essere, ognuno di noi, protagonista. Per avviare un confronto puntuale su temi specifici posti da liberi cittadini, dal mondo delle associazioni, dai sindacati, dalle categorie professionali. Per confrontarci su temi delicati come il lavoro, l’ambiente, la scuola e la rappresentanza, che devono essere affrontati con serietà e sui quali è importante creare conoscenza, informare, per poi fare la scelta migliore e il più possibile condivisa, per una società più giusta.

Pubblicato da: giuliolaforenza | giugno 18, 2015

La valigia del migrante e il sogno europeo

Questo post parla del mondo di oggi, del mondo reale. Parla di sogni, di umanità, di vita, speranze che si contrappongono ad egoismi, volgarità, cinismo, morte. Mi propongo di analizzare il delicato e complesso tema della gestione dei flussi migratori, dalla prospettiva del migrante, evidenziando i limiti delle attuali politiche e il ruolo che si richiederebbe all’Unione Europea, oggi più che mai non adeguata a rispondere ai suoi stessi principi fondanti.

Dal 2008 stiamo vivendo una crisi economica durissima, che ha prodotto un disagio sociale di notevole intensità. Si tratta di una crisi che riguarda tutti. E’ la crisi della grande industria che sposta la produzione all’estero dove costa meno, del “made in Italy” che viene svenduto tipicamente a stati del “Nord” (ma anche alla Cina..) incuranti dell’interesse nazionale quanto piuttosto alla logica del profitto, che comanda il nostro modello economico attuale. E’ la crisi della piccola-media impresa, da sempre colonna portante dell’economia nazionale e che ha subito un colpo durissimo con eccellenze nazionali costrette a chiudere i battenti per la diminuzione delle proprie commesse, la difficoltà sempre maggiore ad ottenere crediti dalle banche e la tassazione eccessiva, oltre che per i ritardi nei pagamenti di clienti a loro volta in difficoltà, o da parte dello stesso Stato e dei suoi vincoli di bilancio (la spesa pubblica deve essere contenuta per non sforare i famosi “parametri europei”). E’ la crisi globale di un Paese in cui la disoccupazione giovanile e quella complessiva ha raggiunto valori insostenibili (link). Nel quale quasi un italiano su due non lavora. Nel quale un giovane neolaureato non può realizzare il proprio sogno e la propria aspettativa professionale e vive di precariato, se va bene. Nel quale il salario dei “fortunati” che il lavoro cel’hanno vale sempre meno e in cui la riduzione del potere di acquisto è accompagnata da una riduzione dei diritti dei lavoratori.

In tempi di crisi le difficoltà reali della gente portano ad un allontanamento / disinteresse dalla politica analitica, quella fatta di impegno, sacrificio e competenza, la politica della reale conoscenza dei fatti e dello studio di soluzioni sostenibili. Il dato è evidente andando a leggere i numeri sull’affluenza alle urne nelle ultime tre tornate elettorali: rispetto alle percentuali di votanti superiori al 80’% degli aventi diritto prima del 2008, alle politiche del 2013 hanno votato il 75% degli aventi diritto, alle europee del 2014 il 58,69% e all’ultima tornata di amministrative/regionali il 53,9%. La gente segue sempre meno la politica. Molti non credono più alla propaganda e agli slogan elettorali, ai quali non seguono quasi mai fatti concreti che abbiano un impatto diretto positivo sulle loro esistenze. Il fronte dei delusi, di quelli che scelgono di non partecipare “perché tanto non cambia niente” aumenta inesorabilmente mese dopo mese. La minore coscienza politica dei cittadini è fisiologica: in tempi di crisi ci si rimbocca le maniche e ognuno cerca di sopravvivere, le disquisizioni politiche sui massimi sistemi sono quasi un lusso. Purtroppo è anche il segno di un generale impoverimento / imbarbarimento della società: la Politica riguarda tutti noi e il futuro dei nostri figli, e la partecipazione è un dovere civico in una società civile.

Anche tra la metà del Paese che va a votare è evidente il fronte del malcontento nei confronti della politica degli ultimi anni, che certamente c’ha messo del suo per non farsi ben volere (si pensi ai tanti, troppi casi di corruzione o peculato a tutti i livelli e di tutti i colori politici). Il linguaggio dominante nel confronto politico di questi ultimi anni è semplice, diretto alla “pancia” delle persone, fatto sempre più di slogan generalisti del tipo “I politici sono tutti ladri e devono andare tutti a casa” oppure “gli immigrati ci rubano il lavoro”, che si contrappongono alla pura propaganda filo-governativa (penso ad esempio ai video-messaggi del Premier di turno). I luoghi comuni, spesso di un cinismo e di una violenza disarmanti, diventano slogan elettorali da ripetere in base all’opportunità e alla convenienza. Ripetere mille volte un’informazione errata la rende vera. Almeno questo è ciò che viene percepito dall’opinione pubblica. Il confronto politico si basa spesso su frasi fatte, su una semplificazione di problematiche complesse. Emblematico il fatto che si parli della necessità di fare riforme velocemente, piuttosto che di farle nel modo migliore. Le parole della politica (la politica delle parole!), usate troppo spesso in modo strumentale, contribuiscono a spostare voti. E quindi il migrante irregolare sprovvisto di permesso di soggiorno, il clandestino, diventa automaticamente un delinquente, un criminale. Poco importa se si tratta di “regolari” che hanno perso il lavoro (perdendo il diritto allo status di lavoratore regolare) o di lavoratori in nero, sfruttati da caporali o imprenditori senza scrupoli, in generale dalla nostra economia. Il clandestino è un nemico da combattere, il vero nemico dei nostri tempi. Colui che rende le nostre città meno sicure.

La crisi economica si è portata dietro una crisi profonda dei valori di base e dei modelli di riferimento. Ci si arrocca su posizioni individualiste, ci si chiude all’esterno, si cerca di difendersi dall’erosione del proprio mondo, dei propri salari e dei propri diritti, ma non lo si fa andando alle origini del problema, e quindi criticando il sistema economico che fisiologicamente sta alle origini della crisi stessa (link), anche perché spesso non si hanno gli strumenti, le basi, per farlo. Lo si fa in modo più semplice, applicando il principio della guerra fra poveri, una sorta di caccia alle streghe, in cui si deve per forza trovare il capro-espiatorio. Il capro-espiatorio è sempre l’anello più debole della catena. Oggi il più debole della scala sociale, l’ultimo, è l’immigrato, il nero, lo zingaro, il rom. Ma il problema è estendibile ad altri ambiti, come quelli dei diritti, in cui il nemico diventa l’omosessuale. Le nostre vite sono sempre più dominate dalla paura, dalla paura del “diverso”, di ciò che non conosciamo e viene da fuori. Certo, è più facile azzerare un “nemico” debole e che non ha nulla, piuttosto che confrontarsi con il vero grande nemico dei nostri tempi, con ciò che è alla base delle nostre certezze, con un sistema economico regolato da lobbies e centri di potere intoccabili, che hanno come unico obiettivo conservare il proprio ruolo e i propri privilegi. E’ peraltro evidente che sulla paura la politica costruisce da sempre il consenso (consiglio la lettura del libro “Shock Economy di Naomi Klein”, uno dei miei preferiti), e che del consenso costruito anche su tali paure la politica, il potere, si nutre.

Negli ultimi anni la situazione incandescente in diversi stati del Africa centro/settentrionale e in medio oriente, alimentata da guerre civili, instabilità politica, fondamentalismi, ha portato il fenomeno migratorio ad intensificarsi in modo significativo. I migranti cercano una seconda possibilità provando ad entrare in Europa. Le rotte dei migranti sono note e documentate da reporter e giornalisti. Le principali attraversano Sudan e Niger per convergere in Libia (link), paese flagellato dalla guerra civile. Poi ce ne sono altre che attraversano i Balcani (link). L’Italia e la Grecia sono le porte di accesso principali all’Europa, e da almeno un decennio si accollano la maggior parte degli oneri di gestione dei flussi migratori. Le leggi nazionali non sono sufficienti per regolamentare le politiche in tema immigrazione e la loro interpretazione è talvolta a rischio di violazione dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo (penso ad esempio alla Bossi/Fini del 2002, che portò nel solo 2005 al trasferimento di almeno 1400 persone in Libia, Paese in cui evidentemente i diritti individuali fondamentali non erano rispettati). La legislazione in ambito del diritto d’asilo è da rivedere, basti pensare che alcune norme si trovano non in una legge apposita, ma nel cosiddetto “Pacchetto sicurezza” (Legge n. 94 del 15 luglio 2009, voluta da Maroni, che introduce il reato di Immigrazione Clandestina, al limite della costituzionalità come sostenuto da Rodotà, Zagrebelsky e altri – link), fatto che dimostra la percezione errata del fenomeno a livello politico. Inoltre per adesso, purtroppo, la situazione legislativa nei singoli stati è troppo eterogenea rispetto alle norme procedurali, alla tutela dei diritti, ai servizi d’integrazione e all’uso della detenzione amministrativa dei richiedenti asilo. 

Anche la nostra rete di centri di accoglienza, costituita da Centri di assistenza e primo soccorso (CPSA), Centri di Accoglienza (CDA), Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) e Centri di Identificazione e espulsione (CIE), a fronte della legislazione internazionale attuale (regolamento di Dublino), non appare essere numericamente all’altezza per gestire le ondate migratorie (i motivi verranno descritti in seguito). La prospettiva del migrante, quella di raggiungere più rapidamente possibile gli stati in cui richiedere asilo, si scontra inesorabilmente con la burocrazia (tempi lunghi di attesa dovuti alle attuali procedure) e con interessi economici, veri e propri business milionari nati intorno alla gestione degli stessi migranti (link). I migranti in attesa di risposte vivono in uno stato di frustrazione, depressione e precarietà. Ma questo interessa a pochi.

Oltre alla rete di prima accoglienza c’è quella denominata “SPRAR”– Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati- che gestisce la seconda accoglienza, ovvero favorisce l’integrazione sociale ed economica di soggetti già titolari di una forma di protezione internazionale. Anch’essa è insufficiente a gestire il fenomeno, pertanto molti di quelli che escono dai centri, nonostante il loro status di rifugiato o la protezione sussidiaria, nonostante un permesso di soggiorno di durata pluriennale, in assenza di un sistema strutturato di accesso alle politiche e ai servizi per il lavoro, si trovano a vivere ai margini della nostra società, negli edifici abbandonati delle nostre città, ammassati come animali in condizioni igienico-sanitarie critiche. 

Per capire come si è evoluto (o involuto) il dibattito europeo sul tema in questione occorre rileggersi la storia recente.

Nel 2011 le rivolte degli stati Nord africani -la cosiddetta “Primavera araba“- danno origine ad una importante ondata migratoria verso le nostre coste (ENA-Emergenza Nord Africa). Inizialmente l’emergenza è gestita da un commissario straordinario nominato dal Governo, quindi il Governo decide di sospendere i trasferimenti dei migranti da Lampedusa generando nell’isola una situazione insostenibile. Nel aprile 2011 il Governo decide di concedere la protezione temporanea (per motivi umanitari) a molti cittadini tunisini (più di 11.000) arrivati dall’inizio dell’anno sul nostro territorio. Questo consente ai migranti tunisini di raggiungere il resto d’Europa, con grande irritazione soprattutto della Francia (link). Da metà aprile, a seguito di un aumento dei flussi dalla Libia, il Governo affida la pianificazione della sistemazione dei migranti alla Protezione Civile. Il piano prevede la prima accoglienza e l’equa distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale (ad eccezione dell’Abruzzo, alle prese con il post-terremoto). La situazione emergenziale viene considerata superata alla fine del 2012 e la competenza passa ai prefetti. Di fatto questo modello di accoglienza emergenziale diventa sistemico e caratterizzata da gestioni dei migranti non standard e totalmente eterogenee.

Il 3 ottobre 2013 un barcone carico di migranti, molti dei quali bambini, si rovescia a largo di Lampedusa. I morti accertati sono 366, 20 i presunti dispersi. La tragedia di Lampedusa immigrati_lampedusanon è certo la prima (si parla di più di 23.000 migranti morti nel Mar Mediterraneo dal 2000 al 2013 – link) ma a seguito di quel triste evento e del grande eco mediatico generato dallo stesso, il Governo Letta decide di rafforzare il pattugliamento delle coste siciliane autorizzando l’operazione “Mare nostrum“, una missione militare e umanitaria italiana la cui finalità dichiarata è la salvaguardia delle vite in mare, il prestare soccorso ai migranti in modo da evitare altre tragedie ed assicurare alla giustizia chiunque lucri sul traffico illegale di migranti. Secondo i dati del ministero dell’interno Mare Nostrum (costo 9 milioni al mese) ha permesso di salvare circa tra i 100 e i 150 mila migranti e arrestare circa 500 scafisti. Mare Nostrum non era l’unica operazione attiva, ma si affiancava a “Hermes”, e “Aeneas” per fronteggiare l’immigrazione irregolare. Queste ultime erano promosse e coordinate da Frontex, l’agenzia per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, attiva dal 2004.

A partire dal novembre 2014, a seguito di un ulteriore aumento dei flussi migratori, il Governo italiano e Frontex decidono di sostituire “Mare nostrum” e le altre operazioni attive con “Triton“, un’operazione che coinvolge 15 su 28 stati membri dell’Unione, ma che costa un terzo di Mare Nostrum (circa 2,9 milioni al mese). A differenza di “Mare Nostrum”, inoltre, “Triton” prevede il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane: il suo scopo principale è il controllo della frontiera e non il soccorso. I limiti dell’operazione (ritenuta da molti “non all’altezza”) nella sua stessa concezione e nelle risorse stanziate hanno portato a nuove tragedie, e ad un notevole aumento delle morti in mare (700 morti solo nel mese di aprile 2015 – link). Di fronte a questi numeri le responsabilità della politica risultano evidenti, come evidenti risultano le responsabilità dell’Unione europea. Il mare italiano accoglie i corpi di questi poveretti nel cinismo e nella totale indifferenza della comunità internazionale.

Chi sopravvive ai viaggi della speranza e alle tragedie del mare, chi viene intercettato o riesce ad approdare sul suolo europeo, in base alla Convenzione di Ginevra del 1951, può fare richiesta di asilo. Può richiedere asilo chi “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”. Nel corso del 2014 i richiedenti asilo sono saliti a circa 624.000 persone, il 20% circa dei quali provenienti dalla Siria e il 7% dal Afghanistan, è stato concesso l’asilo a circa 160.000 migranti (dei quali circa 41.000 dalla Germania, 31.000 dalla Svezia e 21.000 dall’Italia).

Negli anni sono stati fatti diversi tentativi di armonizzare le norme sul diritto di asilo. Il principale documento prodotto in tal senso è il Regolamento di Dublino (nella sua ultima stesura noto anche come “Dublino III” o regolamento europeo 603/2013), sottoscritto anche dalla Svizzera (sebbene non sia uno stato membro), ma non dalla Danimarca. Questo regolamento è a tutti gli effetti un percorso a ostacoli per i richiedenti asilo, che spesso ne ignorano i complessi dettagli tecnici e si trovano per questo a subire forti limitazioni dei propri diritti fondamentali. Il regolamento di Dublino prevede che si possa far domanda di asilo solo in uno Stato membro, e che la domanda venga esaminata dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione, ovvero dove è stato opportunamente identificato mediante l’inserimento delle proprie impronte digitali nel database Eurodac. Molti migranti, i cosiddetti “dublinati” all’arrivo nei paesi stranieri in cui vorrebbero chiedere asilo vengono addirittura rimandati in Italia in quanto la competenza sulla domanda d’asilo spetta al nostro Paese, dove sono stati identificati per la prima volta. Da subito è stato chiaro che questa procedura risultava troppo gravosa per gli stati d’ingresso (le procedure burocratiche per l’accoglimento o meno di una richiesta possono durare mesi), e che quindi l’accordo non funzionava. Pertanto è diventata pratica comune in tali stati il lasciar passare i migranti diretti ad altri Paesi senza identificarli in modo che possano chiedere asilo direttamente nel Paese in cui vogliono realmente andare (eliminando così i tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza e alleggerendo il numero di richieste in carico alla unità centrale del Ministero degli Interni – denominata “Unità Dublino” – vero collo di bottiglia del processo e sprovvista tra l’altro di front-office). Questo ha minato la fiducia tra gli Stati ed è certamente una delle cause che ha generato l’irrigidimento delle posizione sulle quote e la sospensione del Trattato di Schengen per i migranti in Francia nelle ultime ore.

A proposito del regolamento di Dublino in rete ho trovato questa frase significativa e molto triste (e purtroppo condivisibile) di Chiara Peri del servizio dei gesuiti per i rifugiati:

Il Sistema di Dublino è il simbolo della distanza che separa l’Europa da un’umanità in viaggio, un muro di regole anonime su cui si infrangono le speranze di chi cerca protezione. (…) Tante, troppe persone cercano in Europa protezione e trovano invece barriere di ogni genere, subiscono umiliazioni e vere e proprie violazioni dei diritti umani e della loro dignità.

I flussi migratori sono sempre esistiti. Da sempre l’uomo si sposta verso ogni angolo del nostro pianeta alla ricerca di condizioni di vita migliori. Le variabili del sistema, che alimentano questi flussi, son tante, dai cambiamenti climatici (sempre più significativi da quando l’intervento del uomo verso l’ambiente è diventato più che aggressivo), che portano a disastri naturali e carestie, alle guerre che flagellano diverse aree del nostro pianeta. Chi scappa da queste situazioni tipicamente lascia tutto nel suo paese d’origine, ed è spinto dalla disperazione tanto da rischiare spesso la vita e avventurarsi in veri e propri “viaggi della speranza”. Si tratta di uomini, donne, bambini, persone anziane. Molti di questi hanno negli occhi e nella mente scene terribili, di una brutalità inimmaginabile (link). Poi ci sono i migranti economici, coloro che lasciano il proprio paese alla ricerca di opportunità professionali o di una situazione economica migliore. Molti di questi trovandosi a vivere come animali in baracche fatiscenti e trattati da schiavi dai loro caporali che li sfruttano al nero per lavori stagionali, tornerebbero volentieri al poco che avevano nei loro paesi di origine. Molti migranti si sentono miracolati per il solo fatto di esser sopravvissuti al viaggio della speranza, che non rifarebbero. Altri, la maggior parte di loro, semplicemente non avevano alternativa. Il mondo dei migranti è variegato, ma accomunato da un’unica certezza: non può essere arginato o bloccato. Erigere muri alti 4 metri alle frontiere, come dichiarato in queste ore dall’Ungheria per limitare il transito al confine con la Serbia o come ha già fatto la Bulgaria al confine con la Turchia, non serve a niente (se non a creare ulteriori distanze tra i popoli) – link. La storia recente, ad esempio del più famoso muro, quello di Berlino, sembra non averci insegnato niente.

Il fatto che i flussi migratori non si possono bloccare non vuol dire che la loro gestione non possa e debba essere regolamentata al meglio. E qui entra in gioco la politica, o meglio dovrebbe entrare in gioco la politica. Trattandosi di fenomeno globale non può che essere trattato in modo globale, attraverso l’intervento degli enti europei (transnazionali) competenti. La questione della gestione dei flussi è complessa e non può essere affrontata da un solo Stato (e in un contesto in cui si lavora da decenni per una “comunità solidale”, oltre che economica, non è giusto che lo sia!). E’ un tema su cui l’Unione Europea si gioca in queste ore gran parte della sua credibilità, quindi probabilmente il suo stesso futuro.

Proprio in queste ore l’Unione sta mostrando anche tutti i suoi limiti a causa di interessi nazionali e spinte interne populiste (che, come detto sopra, cavalcano l’onda della crisi economica). In tutta Europa, i partiti della destra populista stanno costruendo il proprio consenso sul tema dell’immigrazione che viene collegato direttamente a quello della sicurezza. In Italia le ultime tornate elettorali evidenziano un notevole successo della Lega, che ha basato le sue ultime campagne elettorali sul tema dell’immigrazione clandestina e sulla “questione ROM”, seminando falsità e luoghi comuni facilmente sfatabili (link). Quasi un quarto degli elettori sostiene il Movimento 5 stelle che in ambito europeo si distingue per alleanze discutibili con l’UKIP, ovvero la destra xenofoba e omofoba di Farange (link) e per le posizioni anti-europeiste. Un francese su quattro sostiene il “Front National” di Marie Le Pen e proprio la Francia qualche giorno fa ha chiuso le frontiere con l’Italia a Ventimiglia per impedire il transito dei migranti in arrivo dal nostro Paese (link) oltre che opporsi al piano europeo delle quote per la redistribuzione di migranti (link) insieme a Spagna (dove il governo conservatore è in cerca di consenso in vista delle elezioni d’autunno) e Inghilterra. E’ di un paio di giorni fa la notizia che in Danimarca i populisti della destra xenofoba hanno ottenuto il 21,1% dei consensi, diventando di fatto il secondo partito in Parlamento (link).

L’Unione dovrebbe affermare con forza che accogliere i rifugiati è un dovere morale indiscutibile di ogni Stato membro. Non ci sono altre strade. Se non si percorre quella dell’Umanità e della solidarietà per sostenere interessi locali, l’Unione salta. Se non si rivede il regolamento di Dublino in modo da sgravare il peso dagli Stati d’Ingresso e se non cessa il muro-contro-muro sul tema delle quote difficilmente qualsiasi Paese potrà avanzare pretese sul rispetto delle regole comuni, ad esempio in ambito economico, da parte degli altri. L’Europa deve farsi ancora di più parte attiva nella risoluzione diplomatica delle controversie internazionali, che sono alla base del fenomeno migratorio. Deve farsi davvero portavoce di pace nel Mondo. Si deve impegnare per garantire un’accoglienza omogenea, che rispetti la dignità dei migranti, testimoni incolpevoli di tante atrocità del mondo. Affinché ogni individuo sia trattato come noi stessi vorremmo essere trattati qualora ci trovassimo in situazioni analoghe (del resto si sa.. la ruota gira). Le politiche di integrazione devono diventare davvero efficaci e mettere in condizioni queste persone di essere indipendenti, ricostruirsi una vita dignitosa, rapidamente. Non è facile considerando i contesti economici nazionali della maggior parte degli Stati membri, ma è l’unica strada percorribile.

All’accoglienza per i rifugiati occorre affiancare una politica di rispetto della legalità che vada, ad esempio, a contrastare duramente i fenomeni di sfruttamento dei migranti (clandestini e non) in attività di lavoro al nero ai limiti della schiavitù. Ma anche a contrastare la clandestinità, ovvero di soggetti circolanti sul suolo nazionale senza averne diritto (una persona che vive in clandestinità con l’attuale legislazione non ha alcuna possibilità di svolgere un lavoro regolare col quale ad esempio permettersi un regolare contratto di affitto di un appartamento, per cui sarà costretta quasi fisiologicamente a vivere ad essere emarginata e campare di lavoro al nero o delinquenza). Rispetto della legalità vuol dire che le regole dello Stato valgono per tutti e non discriminano i più deboli (ad esempio i migranti), come vuol dire che non deve essere tollerabile che esistano aree della città fuori controllo.

Le conclusioni di questo post le dedico a chi solamente a sentir parlare di accoglienza, solidarietà o integrazione ti dà del perbenista, o addirittura ti accusa di non tenere abbastanza al tuo Paese. A quelli del “L’Italia agli Italiani”. Le dedico al loro con la speranza che possano imparare a capire che la diversità, il fatto di vivere in un mondo multietnico, colorato, arricchisce tutti. Che una società è più sicura quando è solidale e unita. Quando chi è in difficoltà viene aiutato e non ghettizzato, indipendentemente dal colore della pelle o dal suo Paese di origine. Che l’odio e la violenza generano solo altro odio e altra violenza. Dobbiamo lasciare da parte i nostri egoismi e il cinismo che contraddistingue i nostri tempi per tornare ad essere umani.

Per approfondire consiglio la navigazione del seguente link.

Consiglio inoltre la lettura del articolo al seguente link, che sfata la totalità dei luoghi comuni relativi al tema immigrazione, sui quali si continua purtroppo a speculare e a costruire disinformazione.

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